giovedì 2 novembre 2023

Il CIRF sullo stop al Piano di Rinaturazione del Po

Riportiamo il comunicato stampa del Centro Italiano di Riqualificazione Fluviale sul Piano di Rinaturazione del Po



A RISCHIO LA RINATURAZIONE DEL PO: 

UNA SCONFITTA  CULTURALE TUTTA ITALIANA


 Mentre molti Paesi europei - in linea con le direttive UE - si stanno prodigando in interventi ad ampia scala di riqualificazione fluviale e di ripristino della connettività di grandi fiumi (Rodano, Reno, Mosa, Danubio, Dordogne, Ebro, Isar, ecc) anche grazie ai fondi Next Generation EU, in Italia stiamo assistendo al tentativo di bloccare il progetto di rinaturazione del Po.

 L’UE ha stanziato 357 milioni per un piano di 56 interventi, da attuarsi lungo il Po entro il 2026, necessari per ridurre il rischio di alluvioni, ripristinare importanti servizi ecosistemici e garantire la conservazione di habitat naturali e biodiversità, oggi drammaticamente compromessi. 

 La rinaturazione del Po è l’unica misura del PNRR specificamente orientata alla riqualificazione di un fiume e anche, più in generale, alla ricostituzione di sistemi naturali. Contrariamente agli altri Stati Membri, l’Italia ha destinato a questo obiettivo una porzione molto ridotta delle risorse disponibili, ignorando gli indirizzi della UE e senza ascoltare la voce di molte imprese che vedono nella riqualificazione ecologica del territorio un fattore essenziale per migliorare l’adattamento al cambiamento climatico e garantire la sopravvivenza delle proprie attività economiche nel lungo periodo. Anche per queste ragioni, le critiche al progetto appaiono francamente inspiegabili.

 Al centro della protesta delle principali associazioni agricole vi è l’accusa di voler mettere in crisi la pioppicoltura padana, con la “revoca di concessioni in atto ed ’esproprio di aree a pioppeto in proprietà o in gestione per più di 7.000 ettari lungo il fiume Po”. Tale denuncia, tuttavia, è chiaramente strumentale e infondata. Gli interventi previsti dal progetto, infatti, riguardano il ripristino di vegetazioni forestali e di forme fluviali per poco più di 1700 ettari - non quindi per 7000 - ma di questi solo il 10%, meno di 200 ha, è costituito da terreni coltivati, trattandosi in prevalenza di tratti di alveo, di opere spondali e di terreni incolti.

 La posizione di Coldiretti e delle altre associazioni di settore vorrebbe essere a tutela di una categoria, quella degli agricoltori, che nel tempo non ha fatto che sfruttare il fiume rendendolo sempre più vulnerabile e ha messo a rischio anche la propria sopravvivenza futura. Una categoria che in Europa sta facendo pregiudizialmente le barricate contro una proposta di legge, quella sul ripristino della natura, importantissima non solo per la tutela degli ecosistemi, ma anche per il futuro dell’economia europea, incluso il settore agricolo. Tutelare la biodiversità nelle aree agricole e ripristinare la salute del suolo è fondamentale per garantire un futuro all’agricoltura, anche nella Pianura Padana. Gli attuali rappresentanti di categoria, facendo la guerra a queste misure di adattamento, stanno dimostrando la loro drammatica inadeguatezza di fronte alle sfide del cambiamento climatico e stanno danneggiando in primo luogo gli agricoltori.

 Ripristinare più spazio e natura lungo i corsi d’acqua, poi, è fondamentale per la sicurezza di tutta la popolazione. I fiumi italiani, e non solo, soprattutto dagli anni ‘50 in poi, sono stati interessati da intensi processi di restringimento (generalmente >50% con massimi fino a 85-90%) e incisione degli alvei (comunemente dell’ordine di 3-4m e talvolta fino a 10-12m) che spesso ne hanno cambiato completamente l’aspetto. Queste variazioni morfologiche, di origine antropica, dovute soprattutto all’eccesso di escavazione di sabbia e ghiaia nei fiumi, hanno portato a una banalizzazione dei sistemi fluviali, con conseguente perdita di biodiversità e di capacità di fornire servizi ecosistemici. Contestualmente, le aree di pertinenza fluviale sono state per lo più occupate dall’attività agricola, da strutture e infrastrutture, aree urbane e industriali; questo ha causato una riduzione della capacità di laminazione delle piene e un incremento del rischio geo-idrologico, nonostante la costruzione di opere di difesa dalle alluvioni, perché sempre più elementi vulnerabili hanno occupato aree che possono essere inondate o interessate dalla dinamica morfologica. È ormai ampiamente documentato che la riduzione dell’artificialità e il recupero delle dinamiche morfologiche promuove il miglior funzionamento dei sistemi fluviali, sia in chiave di conservazione della biodiversità che di riduzione del rischio di alluvioni. E questo tipo di azioni è ampiamente finanziato in buona parte dei Paesi europei.

  Proprio per questo, come specificato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po “Il progetto di Rinaturazione del fiume Po assume un ruolo straordinariamente strategico per gli equilibri morfologici ed ecologico-ambientali dell’area interessata dal corso d’acqua più lungo d’Italia e insieme agli interventi di difesa idraulica rappresenta una delle misure più importanti della pianificazione distrettuale attuativa delle Direttive comunitarie acque (Direttiva 2000/60/CE) e alluvioni (Direttiva 2007/60/CE)”.

 L’urgenza di attività di ripristino della zona (riforestazione, contrasto delle specie alloctone, apertura di rami secondari del fiume Po, riattivazione di lanche e modifica di difese spondali) era stata segnalata già nel 2000 da Roberto Passino, primo Segretario dell’Autorità di Bacino del Po. “Il Po per larga parte non è più un fiume”, diceva, aggiungendo che “quando un fiume non ha le fasce fluviali, gli si tolgono le anse, si modifica la sezione dell'alveo, si realizzano opere al suo interno, le città hanno uno sviluppo urbanistico verso il fiume, l'agricoltura tende ad avvicinarsi al fiume soffocandolo, e le norme vigenti non sono rispettate, ci troviamo di fronte ad un insieme di situazioni che sinergicamente influiscono (negativamente) sulle conseguenze delle alluvioni”.

 “Alla luce di quanto sopra”, commenta Andrea Goltara, direttore del CIRF - Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale - “risulta del tutto inaccettabile per il nostro Paese rischiare di perdere una occasione unica come questa, finanziata dalla UE. Affermare, come ha fatto Coldiretti, che il progetto “rischia di infliggere una ferita profonda al nostro territorio, all’economia delle nostre terre, alla vita stessa che si è sviluppata nei secoli intorno al nostro grande fiume” non ha alcun fondamento”.

 Altrettanto inaccettabile è l’ipotesi di bacinizzazione del Po, nuovamente resuscitata dopo essere stata bocciata già in passato per motivi tecnici, prima che ambientali, e ora sbandierata come possibile alternativa alla rinaturazione. Trasformare il Po in una catena di laghi artificiali, come vorrebbe questo progetto, peggiorerebbe ulteriormente le condizioni già critiche di habitat e biodiversità, rendendo le popolazioni limitrofe ancora più esposte agli eventi estremi.

https://www.cirf.org/

mercoledì 1 novembre 2023

Timori per il blocco del Piano di Rinaturazione del fiume PO-PNRR


Il piano finanziato dalla UE, da attuarsi entro il 2026, serve a contrastare le alluvioni, ma è già fermo dopo le prime proteste dei pioppicoltori. 



Il piano di Rinaturazione del fiume PO è stato presentato al pubblico nella sede di Casale del Parco del Po Piemontese il 25 novembre 2022 dai rappresentanti di AIPO e dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po ed è stato finanziato dal PNRR. Per questo progetto, inserito al punto 3.3 della misura M2C4 “Tutela del territorio e della risorsa idrica” e parte della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, l’Ue ha stanziato 357 milioni per un totale di 56 interventi (di cui 9 in Piemonte), da attuarsi lungo il Po entro il 2026. 
parte qualche intervento su cui sono state fatte osservazioni (nello scorso dicembre anche da Legambiente), è importante per riforestare, rimuovere difese non strategiche, riattivare lanche e riaprire rami morti e quindi restituire spazio al fiume mitigando gli effetti negativi delle piene e delle alluvioni. Recentemente però l’AIPO (coautrice del progetto) dietro pressione dei pioppicoltori lombardi ne ha bloccato l’avanzamento
Le principali associazioni agricole criticano il progetto lamentando la revoca di concessioni in atto ed esproprio di aree a pioppeto in proprietà o in gestione arrivando (Coldiretti) addirittura ad agitare lo spauracchio di effetti devastanti sulla produzione di cibo .

La notizia del blocco, a inizio ottobre, ha fatto preoccupare molto il Wwf Italia (e non solo) che ha denunciato: «In questi ultimi giorni è stato sferrato un duro attacco al progetto di rinaturazione del Po, l’unico di questo tipo presente nel PNRR.    357 milioni per ripristinare quella importante fascia fluviale, fatta di boschi ripariali e lanche, che in questo ultimo secolo è stata erosa ed espropriata al fiume contribuendo alla sua canalizzazione, all’abbassamento dell’alveo (in alcuni punti si è abbassato fino a 5 metri), all’aumento del rischio idrogeologico, alla drastica perdita di habitat naturali e di biodiversità e alla riduzione di importanti servizi ecosistemici, che invece con questo progetto s’intende ripristinare. Un progetto che è stato elogiato anche da Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione europea, durante la sua visita alle zone alluvionate dell’Emilia-Romagna perché contribuisce e rendere il territorio più sicuro e a salvare vite umane, allineandosi ad altri importanti interventi di riqualificazione in Europa come sul Reno in Germania e Olanda o sul Danubio in Austria, Ungheria e Romania»   https://greenreport.it/news/economia-ecologica/il-governo-vuole-bocciare-il-progetto-di-rinaturazione-del-po-gia-finanziato-da-pnrr-ed-ue/

Che sia necessario e urgente ridare ai fiumi almeno parte dello spazio che, in particolare dalla metà del secolo scorso, è stato tolto loro dall’attività agricola, da infrastrutture, aree urbane e industriali con la conseguente riduzione della capacità di laminazione delle piene e un incremento del rischio geo-idrologico, è un fatto riconosciuto dalla letteratura scientifica e ben noto a tutti i tecnici preparati e privi di conflitto di interessi.

Basta confrontare ad esempio le foto aeree degli anni 50 con quelle attuali per constatare il restringimento di un tratto dell’alveo del Po tra Casale e Valenza con la messa a coltura di aree un tempo demaniali.

In merito alla rinaturazione giova ricordare che è prevista dall’art. 15. delle Norme di attuazione del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) dell’Autorità Distrettuale del Po approvato con il DPCM del 24 maggio 2001:

Interventi di riqualificazione ambientale e di rinaturazione

 1. Il Piano ha l’obiettivo di promuovere interventi di riqualificazione ambientale e rinaturazione, che favoriscano:

- la riattivazione e l’avvio di processi evolutivi naturali e il ripristino di ambienti umidi naturali;

- il ripristino, il mantenimento e l’ampliamento delle aree a vegetazione  spontanea e degli habitat tipici, allo scopo di favorire il reinsediamento delle biocenosi autoctone e di ripristinare, ove possibile, gli equilibri ambientali e idrogeologici;

- il recupero dei territori perifluviali ad uso naturalistico e ricreativo.

Per quanto riguarda la pioppicoltura è utile ricordare che si tratta di una pratica vietata, nella fascia A, dall’art. 29 delle Norme di attuazione del PAI: 

Fascia di deflusso della piena (Fascia A)

2. Nella Fascia A sono vietate:

d) le coltivazioni erbacee non permanenti e arboree, fatta eccezione per gli interventi di bioingegneria forestale e gli impianti di rinaturazione con specie autoctone, per una ampiezza di almeno 10 m dal ciglio di sponda, al fine di assicurare il mantenimento o il ripristino di una fascia continua di vegetazione spontanea lungo le sponde dell’alveo inciso, avente funzione di stabilizzazione delle sponde e riduzione della velocità della corrente;  

le Regioni provvederanno a disciplinare tale divieto nell’ambito degli interventi di trasformazione e gestione del suolo e del soprassuolo, ai sensi dell’art. 41 del D.Lgs. 11 maggio 1999, n. 152 e successive modifiche e integrazioni, ferme restando le disposizioni di cui al Capo VII del R.D. 25 luglio 1904, n. 523;

Tale divieto è previsto proprio per evitare di realizzare potenziali aree-sorgente di materiale legnoso grossolano che potrebbe essere preso in carico dal corso d’acqua durante le piene laddove le correnti sono più veloci e possono verificarsi processi di erosione.

Infine ognuno di noi può verificare, percorrendo la sponda di un fiume, specialmente nei tratti di  pianura, quanto sia inapplicato l’art. 96 del Regio Decreto 25 luglio 1904, n. 523:

Sono lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche, loro alvei, sponde e difese i seguenti:

c) lo sradicamento o l'abbruciamento dei ceppi degli alberi che sostengono le ripe dei fiumi e dei torrenti per una distanza orizzontale non minore di nove metri dalla linea a cui arrivano le acque ordinarie. Per i rivi, canali e scolatori pubblici la stessa proibizione è limitata ai piantamenti aderenti alle sponde;

Le associazioni agricole non si limitano a contestare il Piano ma riprendono, in alternativa, l’ipotesi di bacinizzazione del Po (costruzione di una serie di dighe che accentuerebbero le criticità) già accantonata in passato e respinta dalle associazioni ambientaliste piemontesi in un libro del 1988 dal titolo più che mai attuale: I fiumi italiani e le calamità artificiali .

Gli interessi di una singola categoria non possono mettere a rischio quelli comuni. Il Piano, utile al raggiungimento degli obiettivi prioritari dell’Agenda ONU 2030, ha un ruolo fondamentale per mitigare gli effetti delle alluvioni sempre più frequenti e attuare le Direttive comunitarie acque (Direttiva 2000/60/CE) e alluvioni (Direttiva 2007/60/CE).

Un’occasione di finanziamento da non perdere nell’ambito del PNRR, definito dal Presidente Mattarella all’assemblea dell’ANCI del 24 ottobre “un’occasione irripetibile e più importante del piano Marshall”.

Il Po tra Casale e Valenza  - 1955

Il Po tra Casale e Valenza  - 2021

Pioppeto sulla sponda del Tanaro


giovedì 5 ottobre 2023

VII EDIZIONE SAGRA DELLA ZUCCA - SAN CRISTOFORO 1 OTTOBRE 2023




 

Un grazie di cuore a tutti i partecipanti, che hanno reso

 

speciale anche questa edizione della Sagra della Zucca:

 

dagli Enti che hanno collaborato all'organizzazione agli

 

espositori che abbiamo ritrovato dopo ben quattro anni e

 

che hanno aderito con entusiasmo, dai musicisti che

 

hanno rallegrato la giornata agli Amici dell'Arte che hanno

 

confezionato la ormai mitica Zuccaccia e al fotografo Paolo

 

Rossi che ci ha fatto ammirare le Bellezze del territorio, da

 

Marco Castelli che ci ha raccontato la Fauna e la Flora

 

dell'Oltregiogo al pubblico che ha partecipato

 

numerosissimo

Un doveroso e sincero ringraziamento va soprattutto ai

 

nostri volontari che hanno reso possibile tutto ciò!

 












 


lunedì 11 settembre 2023


 

ALLE ORIGINI DI VOLTAGGIO: CENNI PRELIMINARI

 

a cura di Ennio Cirnigliaro

 

Già nel toponimo, rimandante alla presenza di edifici legati alla sosta di muli e carriaggi, le cosidette    “ volte”, Voltaggio ( Vultabium, come appare sui documenti medievali a partire dalla prima attestazione nel 1007[1]) ci racconta la storia di un centro che si sviluppa lungo l'itinerario di fondovalle del Lemme,  nel punto in cui un diverticolo del percorso di crinale, antico tratto della Via Postumia romana, il quale dal pianoro di Reste, muoveva verso Fraconalto, per scendere su Rirgoroso ed Arquata e proseguire in direzione di Libarna, incrociava l'itinerario di valico in direzione delle Capanne di Marcarolo ( la cosiddetta “ via di Marcarolo”), un percorso  che nel medioevo permetteva di muovere dal porto di Genova all' Astigiano, e da lì verso i valichi alpini,  in direzione della Francia del nord, sede di importantissime fiere frequentatissime dai mercanti italiani.

In realtà la storia degli itinerari verso l'ovest alessandrino e l'astigiano è ben più antica, come mostrano le tracce di frequentazione addirittura etrusca connesse all'emporio di Villa del Foro, oltre che alcune testimonianze di fondamentale importanza quali le steie etrusche di Mombasiglio di Busca ( CN), lacerti di un puzzle che narrano storie  di intraprendenti mercanti tirrenici carichi di merci mediterranee e interessati a quell'estremo nordovest italico, costituente contemporaneamente uno sbocco per le merci stesse, un territorio ricco di metalli da sfruttare e, soprattutto, un trampolino verso i potenti centri celtici d'Oltralpe, coi loro consumatori di vini e merci preziose, e dunque con le tantissime occasioni di buoni affari.

In questo senso, possiamo ipotizzare che la prima ipotetica presenza insediativa a Voltaggio non fosse orientata in direzione sud- nord, come avviene nel medioevo, bensì est- ovest, costituendo il guado sul Lemme il punto centrale di intersezione fra la Via Postumia ad est e l'itinerario di valico verso l'ovest alessandrino e l' Astigiano ad ovest.

E' dunque con il medioevo centrale, e con il nuovo interesse genovese nei confronti dell' Oltregiogo, in primis del sito di Gavi, altro punto strategico più a valle di collegamento con diversi itinerari viari, che la morfologia dell'insediamento inizia a prendere la forma tutt'oggi conservata, entro il consueto quadro della costruzione dei cosiddetti “borghi nuovi” da parte di poteri centrali i quali insediano nuovi abitanti, concedendo loro ampie regalie, ed elaborando centri abitati secondo uno schema tipico: a monte, come al vertice di un triangolo isoscele, il castello ( la cui prima menzione appare in un'epigrafe del 1161 conservata a palazzo Scorza)  dal quale si diparte la cinta muraria entro la quale si sviluppa un agglomerato costituito da edifici posti perpendicolarmente alla strada principale che attraversa l'intero abitato. Stando così le cose, una serie di vicoli, paralleli agli edifici e perpendicolari alla strada principale, contribuisce infine a dare al borgo nuovo la caratteristica forma di “lisca di pesce” che si ritrova anche nei viciniori abitati della Valle Scrivia.

Per tornare agli eventi storici accertati,  Voltaggio e il suo comprensorio entrano nell'orbita genovese a partire dal 1121 quando, nell'ambito della loro “Strafexpedition” in Oltregiogo, i liguri conquistano combattendo, “ proeliando”, dice icasticamente Caffaro[2], Fiaccone, Chiappa, Mundasco e Pietrabissara. Contrariamente a quanto avviene  sul crinale e in Valle Scrivia,  Voltaggio non dovette, invece subire scontri armati, giacché, come dice il Nostro, in questo caso i genovesi acquistarono il castrum ( termine che indica il castello ma anche l'insediamento fortificato ed il comprensorio ad esso afferente) di Voltaggio e le sue 400 libbre di entrate direttamente da Alberto, Marchese di Gavi. Stando così le cose, se il tutto si svolse in un solo momento, possiamo ipotizzare che una parte dei genovesi, staccandosi dal grosso delle truppe all'altezza di Fiaccone, sia discesa in Val Lemme per contrattare con un Marchese di Gavi forse atterrito dalla forza del nemico e deciso a scendere a più miti consigli ,“ riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta”.

Tornando al borgo nuovo, dobbiamo dunque pensare che l'iniziativa di costruzione dell'insieme, in analogia con quanto avviene, ad esempio, a Chiavari, sia da attribuire propriamente alla Dominante, la quale governava in loco per mano dei castellani e dei podestà, nonché dei consoli, questi ultimi emanazione delle classi dirigenti locali, ai quali era demandata la disbriga dell'ordinaria amministrazione. In quei secoli, all' “autunno del medioevo”, dobbiamo immaginare una Voltaggio in piena attività, con cantieri ovunque ed attraversata da muli e persone che, muovendo da Genova, si recavano nelle lontane fiere della Champagne o nei mercati padani, mentre in direzione opposta stuoli di mercanti di ritorno dal Settentrione portavano con sé le merci acquistate oltralpe, in un continuo viavai che solo difficilmente oggi, in un tempo in cui il tranquillo borgo ospita al più dei villeggianti o dei turisti occasionali, possiamo immaginare.

L'insediamento, che dovette attraversare indenne i secoli XV e XVI tanto da conoscere addirittura una sua estensione a monte, in contemporanea con l'apertura della strada carrozzabile della Bocchetta nel 1585, subirà un terribile incendio nel 1625  per opera delle armate francesi, alleate di Carlo Emanuele di Savoia. Tragedia nella tragedia, brucerà col villaggio anche l'archivio parrocchiale. Voltaggio, tuttavia, data la sua importanza in quanto fondamentale punto di passaggio, verrà ricostruita integralmente, pur all'interno della vecchia maglia insediativa, sino a raggiungere l'attuale aspetto del tipico borgo ligure, seppure oggi in terra piemontese.

 

 

Principali emergenze architettoniche e cronologia delle stesse

 

1)      Castello (ante 1121, citato da Caffaro con prova epigrafica del 1161).

2)       Ponte con piloni in opera quadrata antelamica detto “dei Paganini”( XII- XIII secolo.)

3)      Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta e dei SS. Nazario e Celso (1202, seppure con dubbia citazione nel 1175)

4)      Cappella di S. Biagio o della “ Commenda della religione di Malta”, in sponda destra del Lemme lungo il percorso dal Ponte Paganini verso Fiaccone ( XIV secolo), attualmente demolita dopo esser stata trasformata in fiienile nel XIX secolo ma citata in una carta del 1773).

5)      Convento di S. Francesco (XV secolo)

6)      Palazzo Scorza ( XVI secolo)

7)      Oratorio di S. Sebastiano ( XVI secolo con ristrutturazioni nei due secoli successivi)

8)      Palazzo De Ferrari Galliera ( fine XVI secolo)

9)      Oratorio di S. Antonio Abate ( 1582)

10)  Convento di S. Michele Arcangelo di frati Cappuccini (1602)

11)  Chiesa di S. Maria del Gonfalone, legata a Palazzo De Ferrari (inizi XVII secolo).

12)  Albergo dell'Aquila – Villa Morgavi ( 1647)



[1]    Nel febbraio 1007  Giovanni, Vescovo di Genova, costituisce la chiesa di S. Siro in monastero benedettino, nominando l'abate, Pietro, e concedendo al monastero stesso diverse decime e beni nel Genovesato e nel Basso Piemonte ( “Le carte del Monastero di San Siro di Genova, Vol.1”, a cura di M. Calleri. Genova 1997. N. 15, pp. 24- 27)

[2]    Caffaro, Annales Ianuenses, 1120- 1122, p. 17 . “Secundo uero  anno prefati consulatus Opizonis  Mussi et sotiorum eius, Ianuenses cum magno exer[2]citu militum ac peditum Iugum transierunt, Flaconemque et Cla[2]pinum ac Mundascum et Petram Becariam preliando ceperunt , et castrum Vultabii cum introitu eius  per libras quadringentas  emerunt ab Alberto marcinone de Gaui, anni Do[2]mini • m • c • xxi

martedì 5 settembre 2023

 

  • Il Circolo Legambiente Val Lemme con la collaborazione del Comune di san Cristoforo e la locale Pro Loco organizza la

    Settima Sagra itinerante della Zucca

    la manifestazione si svolgerà il primo ottobre all'interno del parco del castello di San Cristoforo.

     

    Lo spirito che anima la manifestazione  è come sempre la valorizzazione dei prodotti dell'agricoltura locale, con particolare riguardo alla zucca: ci sarà come di consueto il mercato contadino e manufatti artigianali. Ritornerà il concorso aperto al pubblico con l'assegnazione di premi destinati ai migliori esemplari di zucca, appartenenti alle diverse categorie. inoltre verrà assegnato un premio alla migliore decorazione delle finestre e/o cortili del centrostorico di San Cristoforo. I bambini potranno  cimentarsi con la Zuccaccia ed i suoi premi golosi e la giornata sarà accompagnata dalla musica con piffero e fisarmonica. 

    Ricordiamo che la festa della zucca è un'occasione per riflettere sull'Ambiente, sul territorio e sulle politiche sostenibili per la sua gestione: dall'offerta di cibi sani e prodotti con un'agricoltura buona per l'ambiente alla riduzione dei rifiuti e alla loro raccolta differenziata. 

    Un'economia virtuosa, lungimirante ed a favore di tutta la collettività è possibile con l'impegno di tutti e senza grandi opere.