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giovedì 26 marzo 2020

NO ALL'APERTURA ALLA CACCIA A 15 SPECIE A RISCHIO: IL COMUNICATO E LE OSSERVAZIONI DI LEGAMBIENTE PIEMONTE E VDA




Torino, 25 marzo 2020                             Comunicato stampa

Legambiente: stop alla Regione Piemonte
“No all’apertura alla caccia a 15 nuove specie”

“Si stralcino dal DDL 83/2020 ‘Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale 2020’ tutti gli articoli che regolano la caccia e siano rinviati ad un esame approfondito da condurre solo al termine dell’emergenza attuale. Non è comprensibile l’apertura della caccia a specie a rischio”

Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta ha depositato le proprie osservazioni al DDL 83/2020 “Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale 2020”. Oggetto di revisione sia il Capo 2 “Disposizioni in materia di attività estrattive”, che il Capo 3 “Disposizioni in materia di agricoltura e caccia” (il testo completo delle osservazioni è scaricabile al link http://serviziweb.csi.it/solverweb/IndexDocumentServlet?id=58882 ).

Il DDL prevede, fra l’altro: l’abrogazione del divieto di caccia per quindici specie ad oggi protette (fischione, canapiglia, mestolone, codone, marzaiola, folaga, porciglione, frullino, pavoncella, combattente, moriglione, allodola, merlo, pernice bianca, lepre variabile); la deroga al divieto d’inserimento di fauna selvatica “pronta caccia”; il via libera al nomadismo venatorio, inserendo la possibilità per un cacciatore di cacciare non solo nell’ATC in cui ha fissato la propria dimora venatoria, ma potenzialmente in tutti gli ATC regionali; il via libera alla caccia notturna al cinghiale; il ridimensionamento dell’utilizzo di capi d’abbigliamento ad alta visibilità.  
Norme per le quali Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta chiede uno stralcio ed un rinvio a nuova discussione una volta fuori dall’attuale stato emergenziale o, in subordine, la cancellazione.

“In un momento di emergenza sanitaria non è ragionevole procedere a tutto sprone su norme divisive e complesse come quelle contenute nel DDL in questione. In questo momento storico – dichiara Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – è pericoloso prevedere maggiore mobilità venatoria (specie, tempi e spazi). Una vera e propria deregulation per un'attività assolutamente non necessaria al Paese, che inoltre crea danni alla fauna e all'ambiente.
Sarebbe esattamente l'opposto rispetto a quanto tutte le indicazioni scientifiche chiedono per difendere la salute dei cittadini e favorire e sostenere una ripresa sociale ed economica in un contesto fortemente cambiato dalla pandemia”.

“Stiamo assistendo ad un tentativo evidente e completamente ingiustificato di andare verso il “grilletto libero” – dichiara Angelo Porta, vicepresidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Fra le specie a cui si vuole aprire la caccia alcune sono “minacciate a livello globale”, altre che sono in pericolo sul continente Europeo, altre infine a forte rischio in relazione ai cambiamenti climatici dell’ambiente montano. La caccia notturna “con ausilio di fonti luminose” mette a forte rischio tutta la fauna selvatica e non solo gli ungulati oggetto del provvedimento e, in ultimo, gli stessi cacciatori. L'unica limitazione che si prospetta, ovvero la possibilità di vietare la caccia su un fondo aperto, è legata ad un piano faunistico regionale inesistente, che la giunta regionale ha rinviato di tre anni e che aspettiamo da "solo" 28 anni. È assurdo che per il divertimento di una esigua minoranza, peraltro in costante calo, della cittadinanza piemontese, si mettano in pericolo la sopravvivenza di specie protette e ricchezze ambientali che possono rappresentare il volano di una prossima ripresa economica”.



Ufficio stampa Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta: 011.2215851 – 339.2272687
www.legambientepiemonte.it – www.facebook.com/legambientepiemontevalledaosta



sabato 27 luglio 2019

ECOMAFIA 2019. LE STORIE E I NUMERI DELLA CRIMINALITÀ AMBIENTALE IN ITALIA



Nel 2018 impennata dei reati nel ciclo del cemento e nell’agroalimentare. In aumento anche quelli nel settore dei rifiuti e contro gli animali. Il business dell’ecomafia cresce ancora e raggiunge quota 16,6 miliardi di euro. 368 il numero dei clan censiti da Legambiente.

Campania in testa alla classifica regionale per numero di reati ambientali Napoli, Roma e Bari le province con il più alto numero di illeciti 100 le inchieste per corruzione rilevate dal 2018 allo scorso maggio in tutta Italia.


Buone notizie: si conferma la validità della legge sugli ecoreati. Nel 2018 usata per 1.108 volte e applicata in 88 casi di disastro ambientale. Archeomafie, recuperati oltre 43mila reperti archeologici.

Legambiente: “Basta concentrarsi solo sulla presunta emergenza migranti: le vere minacce all’ambiente, alla salute e all’economia sana diventino priorità nell’agenda politica del Paese”.

Nella Penisola continua l’attacco di ecocriminali ed ecomafiosi nei confronti dell’ambiente: ciclo illegale del cemento e dei rifiuti, filiera agroalimentare e racket degli animali sono nel 2018 i settori prediletti dalla mano criminale che continua a fare super affari d’oro. A parlar chiaro sono anche quest’anno i dati di Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia raccolti da Legambiente nel suo report annuale dedicato alle illegalità ambientali. Nel 2018 cala, seppur di poco, il bilancio complessivo dei reati contro l’ambiente che passa dagli oltre 30mila illeciti registrati nel 2017 ai 28.137 reati (più di 3,2 ogni ora) accertati lo scorso anno, soprattutto a causa della netta flessione, fortunatamente, degli incendi boschivi (-67% nel 2018) e in parte alla riduzione dei furti di beni culturali (-6,3%). Diminuiscono inoltre le persone denunciate – 35.104 contro le oltre 39mila del 2017 – così come quelle arrestate, 252 contro i 538 del 2017, e i sequestri effettuati – 10mila contro gli 11.027 del 2017. L’aggressione alle risorse ambientali del Paese si traduce in un giro d’affari che nel 2018 ha fruttato all’ecomafia ben 16,6 miliardi di euro, 2,5 in più rispetto all’anno precedente e che vede tra i protagonisti ben 368 clan, censiti da Legambiente e attivi in tutta Italia. Videoclip Ecomafia 2019


Sul fronte dei singoli illeciti ambientali, nel 2018 aumentano sia quelli legati al ciclo illegale dei rifiuti che si avvicinano alla soglia degli 8mila (quasi 22 al giorno) sia quelli del cemento selvaggio che nel 2018 registrano un’impennata toccando quota 6.578, con una crescita del +68% (contro i 3.908 reati del 2017). Un incremento che si spiega con una novità importante di questa edizione del rapporto Ecomafia: per la prima volta rientrano nel conteggio anche le infrazioni verbalizzate dal Comando carabinieri per la tutela del lavoro, in materia di sicurezza, abusivismo, caporalato nei cantieri e indebita percezione di erogazioni ai danni dello stato, guadagni ottenuti grazie a false attestazioni o missione di informazioni alla Pubblica amministrazione. Nel 2018 lievitano anche le illegalità nel settore agroalimentare, sono ben 44.795, quasi 123 al giorno, le infrazioni ai danni del Mady in Italy (contro le 37mila del 2017) e il fatturato illegale – solo considerando il valore dei prodotti sequestrati – tocca i 1,4 miliardi (con un aumento del 35,6% rispetto all’anno).


In leggera crescita anche i delitti contro gli animali e la fauna selvatica con 7291 reati – circa 20 al giorno – contro i 7mila del 2017. Come già detto, calano invece, grazie a condizioni meteoclimatiche sfavorevoli agli ecocriminali, gli incendi boschivi: un crollo da 6.550 del 2017 ai 2.034 del 2018. Da sottolineare che anche nel 2018 si conferma l’ottima performance della legge 68/2015 sugli ecoreati, che sin dall’inizio della sua entrata in vigore (giugno 2015) sta stando un contributo fondamentale nella lotta agli ecocriminali, con più di mille contestazioni solo nello scorso anno (come si dirà dopo) e un trend in costante crescita (+ 129%).


È quanto emerge in sintesi dal rapporto Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, realizzato da Legambiente grazie anche alla collaborazione di molti soggetti – dalle Forze dell’ordine alle Capitanerie di porto, dalla Corte di Cassazione al Ministero della giustizia, da Ispra e Sistema nazionale protezione ambiente al Cresme, dalla Commissione Ecomafie all’Agenzia delle Dogane, solo per citarne alcuni. Il volume, edito da Edizioni Ambiente e realizzato con il sostegno di Cobat e Novamont, è stato presentato oggi a Roma alla presenza della vicepresidente del Senato Anna Rossomando, del ministro dell’ambiente Sergio Costa, del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e di diversi esponenti del mondo istituzionale e politico.


“Con questa edizione del rapporto Ecomafia e le sue storie di illegalità ambientale – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – vogliamo dare il nostro contributo, fondato come sempre sui numeri e una rigorosa analisi della realtà, per riequilibrare il dibattito politico nazionale troppo orientato sulla presunta emergenza migranti e far sì che in cima all’agenda politica del nostro Paese torni ad esserci anche il tema della lotta all’ecomafie e alle illegalità. Un tema sul quale in questi mesi il Governo ha risposto facendo l’esatto contrario, approvando il condono edilizio per la ricostruzione post terremoto sull’isola di Ischia e nelle zone del cratere del Centro Italia, e il decreto Sblocca cantieri con cui ha allargato le maglie dei controlli necessari per contrastare infiltrazioni criminali e fenomeni di corruzione. Per fortuna – aggiunge Ciafani – si conferma la validità della legge 68 del 2015, che ha inserito i delitti ambientali nel Codice penale, con buona pace dei suoi detrattori che negli ultimi anni hanno perso voce e argomenti per denigrarla. Risultati che dovrebbero indurre a completare la riforma di civiltà inaugurata con la normativa sugli ecoreati: il nostro auspicio è che il Governo e il Parlamento invertano il prima possibile la rotta intrapresa e abbiano il coraggio di continuare il lavoro che nella scorsa legislatura ha visto approvare il maggior numero di norme ambientali di iniziativa parlamentare della storia repubblicana”.


La Legge 68/2015 sugli ecoreati: nella lotta alla criminalità ambientale, la legge sugli ecoreati continua ad avere un ruolo chiave, sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione. Nel 2018 la legge è stata applicata dalle forze dell’ordine per 1.108 volte, più di tre al giorno, con una crescita pari a +129%. Come gli altri anni, la fattispecie dell’inquinamento ambientale è quella più applicata: 218 contestazioni, con una crescita del 55,7% rispetto all’anno precedente. Aumentano anche i casi di disastro ambientaleapplicato in 88 casi (più che triplicati rispetto all’anno precedente). Completano il quadro le 86contestazioni per il delitto di traffico organizzato di rifiuti, i 15 casi di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, i 6 delitti colposi contro l’ambiente, i 6 di impedimento al controllo e i 2 di omessa bonifica.


Illegalità ambientali: Tornado ai dati Ecomafia 2019, nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), lo scorso anno si è concentrato quasi il 45% delle infrazioni, pari a 12.597. Anche quest’anno la Campania domina la classifica regionale delle illegalità ambientali con 3.862 illeciti (14,4% sul totale nazionale), seguita dalla Calabria (3.240) – che registra comunque il numero più alto di arresti, 35 –, la Puglia (2.854) e la Sicilia (2.641). La Toscana è, dopo il Lazio che ha registrato poco più di 2.000 reati, la seconda regione del Centro Italia per numero di reati (1.836), seguita dalla Lombardia, al settimo posto nazionale. La provincia con il numero più alto di illeciti si conferma Napoli (1.360), poi Roma (1.037), Bari (711), Palermo (671) e Avellino (667).


La Campania domina anche la classifica regionale delle illegalità nel ciclo del cemento con 1.169 infrazioni, davanti alla Calabria (789), Puglia (730), Lazio (514) e Sicilia (480). A livello provinciale, guidano la classifica Avellino e Napoli con rispettivamente 408 e 317 infrazioni accertate.


Il fenomeno dell’abusivismo edilizio, soprattutto al Sud, rimane una piaga per il Paese che nel 2018 è stato anche segnato dal vergognoso condono edilizio per Ischia. Anche in questa edizione di Ecomafia emerge che in Italia si continua a costruire abusivamente: secondo il Cresme, nel 2018 il tasso di abusivismo si aggira intorno al 16%, considerando sia le nuove costruzioni sia gli ampliamenti del patrimonio immobiliare esistente. Inoltre secondo i dati del report Abbatti l’abusi, dal 2004, anno successivo all’ultimo condono edilizio nazionale, al 2018, nel nostro paese è stato abbattuto solo il 19,6% degli immobili colpiti da un ordine di demolizione. Legambiente ricorda che il migliore deterrente contro i nuovi abusi sono le demolizioni.


Sul fronte del traffico illecito dei rifiuti, sono 459 le inchieste condotte e chiuse dalle forze dell’ordine dal febbraio 2002 al 31 maggio 2019 utilizzando il delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti. Complessivamente sono state 90 le procure che si sono messe sulle tracce dei trafficanti, portando alla denuncia di 9.027 persone e all’arresto di 2.023, coinvolgendo 1.195 aziende e ben 46 stati esteri. Le tonnellate di rifiuti sequestrate sono state quasi 54 milioni. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali e i rifiuti speciali contenenti materiali metallici.


La corruzione resta lo strumento principe, il più efficace, per aggirare le regole concepite per tutelare l’ambiente e maturare profitti illeciti. Dal 1° giugno 2018 al 31 maggio 2019 sono ben 100 le inchieste censite da Legambiente e che hanno visto impegnate 36 procure, capaci di denunciare 597 persone e arrestarne 395, eseguendo 143 sequestri. Se nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso se ne sono contate 43, che fanno il 43% sul totale, è il Lazio la regione con il numero più alto di inchieste, 23, seguita da Sicilia (21), Lombardia (12), Campania (9) e Calabria (8). Sempre nel 2018 sono inoltre 23 le Amministrazioni comunali sciolte per mafia, mentre nei primi cinque mesi del 2019 sono state ben 8: Careri (Reggio Calabria; sciolto una prima volta nel 2012), Pachino (Siracusa), San Cataldo (Caltanissetta), Mistretta (Messina), Palizzi (Reggio Calabria), Stilo (Reggio Calabria), Arzano (Napoli; al terzo scioglimento, dopo quelli del 2008 e del 2015) e dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria.


Per quanto riguarda il settore delle archeomafie, lo scorso anno il racket legato alle opere d’arte e ai reperti archeologici ha avuto un andamento altalenante: cala per quanto riguarda i furti (-6,3%) rispetto all’anno precedente, ma il dato più importante è la contrazione dei sequestri effettuati (-77,8%) e quella degli oggetti recuperati (-41%). Considerevole il numero dei controlli, che sono stati 33.028, una media di oltre novanta al giorno. La regione più esposta all’aggressione dell’archeomafia è la Campania, con il 16,6% di opere d’arte rubate, mentre a svettare nel bilancio 2018 del “tesoro recuperato” ci sono i 43.021 reperti archeologici.


Altro fronte, è quello degli shopper illegali. Nell’ultimo anno e mezzo (2018 e primi cinque mesi del 2019), l’Agenzia delle dogane dei monopoli, in collaborazione con Guardia di finanza e Carabinieri, ha lavorato con campagne mirate per fermare i flussi illegali. Il risultato complessivo è stato: 6,4 milioni di borse di plastica illegali sequestrate al porto di La Spezia; 15 tonnellate di borse di plastica illegali sequestrate al porto di Palermo; 18 tonnellate di borse di plastica illegali sequestrate al porto di Trieste, solo per citare qualche numero.


Novità di questa edizione è, infine, uno specifico capitolo dedicato al mercato nero dei gas refrigeranti HFC, gas introdotti dal protocollo di Montreal in sostituzione di quelli messi al bando perché lesivi dello strato di ozono (ODS). Come emerge dall’analisi dell’EIA (Environmental Investigation Agency) e dal lavoro degli inquirenti dei paesi membri, una bella fetta di questo mercato internazionale (regolato da un complesso sistema di quote assegnate alle aziende produttrici) è completamente in nero, dove figura anche l’Italia


Le proposte: Nella lotta alle ecomafie e agli ecocriminali, per Legambiente è fondamentale mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68/2018. Tra le altre principali proposte avanzate oggi, l’associazione chiede che venga semplificato l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive avocando la responsabilità delle procedure ai prefetti; che vengano riconosciuti diritti propri anche agli animali inserendo la loro tutela in Costituzione e approvato il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo – all’interno del Titolo VI bis del Codice penale – un nuovo articolo che preveda sanzioni veramente efficaci per tutti coloro che si macchiano di tali crimini. Per aumentare il livello qualitativo dei controlli pubblici serve approvare i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione ambientale. Sul fronte agroalimentare, l’associazione chiede che venga ripresa la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari per introdurre una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato. Inoltre chiede che l’accesso alla giustizia da parte delle associazioni dovrebbe essere gratuito e davvero accessibile. Altrimenti rimane un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini. Infine Legambiente auspica che il Parlamento istituisca al più presto la Commissione d’inchiesta sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.


Info su: http://noecomafia.it/


Video Ecomafia 2019:https://www.dropbox.com/s/9cjtd2waihgd7g9/ecomafie_v07_MUSICA_LOGHI.mp4?dl=0


L’ufficio stampa di Legambiente: 349.6546593 – 347.4126421- 339.3945428 – 0686268353-99


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martedì 27 novembre 2018

L'IMPATTO DELL'IDROELETTRICO SUL SISTEMA FLUVIALE - BELLANO (LC), 1 DICEMBRE


Riceviamo da Lorenzo Baio di Legambiente Lombardia Onlus - Settore Acqua e con molto piacere diffondiamo l'invito a partecipare all'incontro informativo sull'idroelettrico che si terrà il 1 dicembre sul Lago di Como








sabato 7 aprile 2018

I FESTA PAM DI PRIMAVERA - DOMENICA 15 APRILE 2018, VOLTAGGIO

Impariamo a conoscere i nostri fiumi e la fauna che li popola !pesce


!!!AGGIORNAMENTO!!!

L'APPUNTAMENTO E' ALLE 9.30 
DOMENICA 15 APRILE -
 PALAZZO GAZZOLO - VIA ANFOSSO 2, VOLTAGGIO

Si ringrazia l'Ente Aree Protette piemontesi 
per l'ospitalità




Per saperne di più sulla PESCA NO KILL e sulle zone accessibili in provincia di Alessandria, pubblichiamo il regolamento provinciale:


martedì 19 dicembre 2017

GLI EFFETTI DELLE CATASTROFI NUCLEARI SULL'AMBIENTE: I CASI DI CHERNOBYL E FUKUSHIMA

Ci segnalano questo interessante articolo sull'impatto delle catastrofi nucleari di Chernobyl e Fukushima sull'ecosistema delle aree coinvolte negli incidenti.

La carica nucleare degli animali mutanti -

Andrea Capocci, 01.10.2017
Intervista.

Parla il biologo Timothy Mousseau, esperto di evoluzione genetica e impatto sull'ecosistema di catastrofi come quelle di Chernobyl e Fukushima. «La capacità di adattarsi a un livello di radiazioni elevato, di cui spesso si parla nei racconti più rassicuranti, è in realtà limitata a poche specie» Dopo la giornata inaugurale di ieri, entra oggi nel vivo il festival BergamoScienza, quindicesima edizione di un piccolo miracolo della provincia italiana. A Bergamo, infatti, dal 2003 si mettono in moto tremila volontari ogni anno, portando in città scienziati di livello internazionale, pronti a discutere con il pubblico dei principali problemi che animano la ricerca. Centocinquantamila presenze nell’ultima edizione confermano il successo della formula che, oltre alle due settimane di ottobre, coinvolge il territorio in una serie di eventi diffusi che durano tutto l’anno. Merito di un’organizzazione attenta, ma anche dell’aiuto di fondazioni private e partner scientifici, che spaziano dalla Confindustria locale al Massachusetts Institute of Technology di Boston. TRA GLI SCIENZIATI che partecipano all’edizione 2017 c’è Timothy Mousseau, professore di scienze biologiche all’università del South Carolina e autore di quasi trecento pubblicazioni scientifiche. Cinquantanovenne cresciuto (scientificamente) in Canada, Mousseau fino agli anni Novanta si occupava soprattutto di biologia evolutiva. I suoi studi più citati sono tuttora quelli risalenti a oltre vent’anni fa sulle caratteristiche ereditarie nel comportamento degli insetti. A Bergamo, però, il 14 ottobre parlerà dell’impatto sull’ecosistema di disastri nucleari come quelli di Chernobyl (1986) e Fukushima (2011), tema di cui è oggi uno dei massimi esperti mondiali. La genetica delle mosche e l’inquinamento radioattivo sembrano argomenti lontani tra loro, che farebbero pensare a una carriera divisa in due. «In realtà  spiega Mousseau  non c’è discontinuità. Genetica ed evoluzione continuano a occupare una buona parte della mia attività. Le catastrofi di Chernobyl e Fukushima permettono di osservare come un intero ecosistema reagisce a una contaminazione radioattiva. Abbiamo la possibilità di studiare l’adattamento di specie naturali e vegetali sottoposte per molte generazioni ad elevati livelli di radioattività. Per chi studia l’evoluzione e la genetica, è un’opportunità preziosa». Questa la motivazione con cui Mousseau ha dato vita al Chernobyl + Fukushima Research Initiative (Cfri), un progetto di ricerca che, da vent’anni, indaga sul campo lo stato degli ecosistemi investiti dalle radiazioni attraverso i due incidenti più gravi della storia dell’energia nucleare civile. Dell’impatto dei due disastri, oggi, non si parla quasi più. Anzi, molti reportage raccontano come a Chernobyl la natura abbia dato vita a una sorta di paradiso terrestre, dopo l’evacuazione della popolazione umana. NELLA «ZONA DI ESCLUSIONE» a cavallo tra Ucraina e Bielorussia sarebbero tornate a prosperare specie esotiche come lupi, orsi, linci e addirittura i mitici cavalli di Przewalski, quasi estinti. L’assenza dell’uomo sembra aver compensato gli effetti delle radiazioni. «Non proprio corregge Mousseau  Il fatto è che l’area interessata a Chernobyl è molto ampia, circa 200 km². La situazione è assai diversificata. Effettivamente, nelle zone più ’pulite’, la fauna è in buone condizioni. Ma laddove si registra l’inquinamento maggiore, gli effetti sulle popolazioni sono gravi. Lì il tasso di mutazioni genetiche è alterato, così come la fertilità delle specie e la loro riproduzione. La capacità
di adattarsi a un livello di radiazioni elevato, di cui spesso si parla nei racconti più rassicuranti, è limitata a poche specie». Mousseau è stato tra i contestatori del rapporto delle Nazioni Unite del 2014 che, secondo alcuni, minimizzava gli effetti negativi delle radiazioni sull’area di Fukushima. Secondo lui, gli esperti Onu avevano deliberatamente ignorato diversi studi effettuati dal Cfri, i quali dimostravano che anche a Fukushima l’ecosistema era stato danneggiato pesantemente. Alcune specie di farfalle, secondo una ricerca pubblicata su Scientific Reports, presentavano mutazioni coerenti con quelle osservate anche a Chernobyl. E pure a Fukushima le popolazioni di uccelli sono diminuite notevolmente (a Chernobyl addirittura sono diminuite di due terzi).

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