Agli amici:
considerazioni sul premio Luisa
Minazzi per gli ambientalisti dell’anno
Ogni anno parecchie
associazioni, fra le quali Legambiente, predispongono una serie di
incontri a Casale Monferrato con otto persone o gruppi che si
battono per la tutela ambientale e contro chi fa di tutto per non
lasciare ai nostri figli un mondo vivibile.
Più o meno è dal 1975 che mi occupo delle
problematiche ambientali.
Ho approfondito le mie conoscenze
naturalistiche, mi sono adoperato per il recupero delle fasce
fluviali del Po e della Scrivia; con il Gruppo ambiente si è fatto
il possibile per bloccare la desertificazione del nostro
territorio e per creare il Parco della Scrivia piantumando
migliaia di alberi e poi lasciando fare alla Natura.
Mi sono battuto contro l’inquinamento della
terra, dell’acqua e dell’aria anteponendo il bene comune a biechi
interessi economici. Tanto per citarne un paio, il rilascio da
parte della Rol di sostanze nocive che giungevano sino alla
Scrivia o le migliaia di bidoni colmi di ogni mal di Dio sepolti -
in alveo o nelle vicinanze - fra Serravalle, Carbonara, Tortona e
Castelnuovo. E poi il susseguirsi di proposte di centrali o di
assurde centraline in un torrente asciutto per otto mesi all’anno,
di fasulli smaltitori di rifiuti, delle vendite delle aree
demaniali a privati, ecc. ecc.
In alcuni casi hanno cercato di intimidirmi con
denunce, ma non ho mai subito condanne. Addirittura, nel caso
della Solchem che si occupava di rifiuti liquidi tossici, una sentenza, a mio avviso
esemplare e straordinaria da parte del Tribunale di Voghera, non
solo assolse me e i tre amici coinvolti, ma addirittura condannò
la Solchem.
Quindi più di 40 anni di impegno morale e
concreto a difesa di madre Natura e contro una categoria di
personaggi che vanno dal furbetto locale al predone nazionale,
aventi come punto in comune l’indifferenza per qualsiasi valore
ideologico al di fuori del proprio tornaconto personale.
Nel complesso non ho avuto una visione spaziale
a largo raggio. Agivo quasi sempre su un territorio che conosco
bene, il territorio in cui vivo; ma sempre documentandomi o
ascoltando chi ne sapeva più di me.
Di fronte a coloro che sono stati inseriti fra
i segnalati al premio Luisa Minazzi
che ho imparato a conoscere in queste settimane - a parte
Domenico Iannacone che già conoscevo tramite i suoi servizi
televisivi (Ballarò, con Presadiretta e ora con la domenicale “I
dieci comandamenti” - mi sento piccolo piccolo.
Come posso ad esempio paragonarmi a figure che,
per il bene collettivo, si sono
opposte a camorra e ‘ndrangheta?
Come posso paragonarmi a sindaci che ne passano
di tutti i colori per la scelta Basta cemento e aree inutili di
espansione che divorano terreno agricolo!
A gruppi
di giovani che realizzano, in realtà difficilissime,
innovativi progetti di lavoro, nel rispetto dell’ambiente?
Alle cooperative calabresi di Goel
(riscatto) che, come ha raccontato benissimo fratel Stefano Caria,
nonostante minacce, violenze e attentati dinamitardi
proseguono uniti nella lotta per il roscatto della Calabria.
Ai parroci che fanno
proprio il pensiero di papa Francesco anziché mettersi in fila per
sbeffeggiare il messaggio evangelico.
Quindi mi sento onoratissimo per essere stato
inserito ora in questo gruppo di otto persone. Non conosco la
graduatoria, so solo che don Marco
Ricci di Ercolano è stato indicato come
ambientalista dell’anno per quanto ha fatto e sta facendo
nell’area vesuviana. A lui ho donato un sacchetto di ghiande
castelnovesi, raccolte ai piedi della grande farnia che don Bruno
Bottallo ed io piantumammo nel 1993 nel giardino della canonica.
Mi ha promesso che le collocherà nelle aree che alle pendici del
Vesuvio sono state incenerite quest’estate da piromani malavitosi.
Non ha importanza quale sia la graduatoria.
Queste persone sono tutte quanti vincitrici poiché hanno fatto la
scelta di vivere non per ottenere benefici personali, ma per il
bene dell’intera collettività e di madre Natura. La stessa scelta
che fece sin da giovane la direttrice didattica Luisa Minazzi, poi
morta di mesotelioma, (“Ho capito che non avrei mai accettato le
ingiustizie, anche a costo di essere sola, anche se poi si
scopre che non si è veramente mai soli”).
Venerdì scorso ho scoperto che la segnalazione
scaturiva da quanto mi è ultimamente capitato come conseguenza di
una lunghissima lotta nata nel 1992, quella contro l’inutile e
dispendioso Tav Genova-Tortona.
Dopo tre anni di vicenda processuale per una
causa intentatami dalla Cociv diretta allora da Michele Longo,
Ettore Pagani, Pietro Marcheselli, De Michelis. Costoro
sostenevano che avevo fatto affermazioni
in cui “inducevo alla convinzione che la Cociv e i soggetti
apicali della stessa si fossero resi responsabili di fatti di
corruzione”
Alla quarta udienza di ottobre 2016, nonostante
i continui appelli a entrare in aula come testimoni contro di me,
non si presentava nessuno. Il giudice fece chiamare i carabinieri
per farli condurre in aula, ma evidentemente non sapeva che alcuni
giorni prima erano già stati tutti arrestati nelle operazioni Amalgama e Arca condotte
dalle Procure di Roma e di Genova. Il mio avvocato mi guardava
allibito ma mi suggerì di tacere di fronte a quella specie di
farsa teatrale.
Le accuse, suffragate da centinaia di documenti
e intercettazioni, compresa la videata di uno dei miei accusatori
mentre a Genova riscuoteva una forte somma da un rappresentante in
odore di camorra. I capi di imputazione erano netti: “Cociv
una società corrotta -
Aver preso mazzette e pilotato appalti - Concussione,
associazione a delinquere e corruzione. In più l’aver avviato
i lavori di galleria con cemento che sembrava colla”.
Già nel 1992 nelle Osservazioni al primo
progetto (90 pagine dedicate a contestare dati falsi e a proporre
una serie di interventi per migliorare realmente il sistema
ferroviario sui cinque valichi già esistenti) avevamo scritto come
introduzione che la questione “TAV
Milano-Genova presentava peculiarità tali da far ritenere agli
scriventi che il luogo più indicato in cui dibattere delle
possibilità di realizzarla fosse l’aula di un tribunale e non
il servizio V.I.A. dl Ministero all’ambiente”.
Poi si proseguiva
riportando una
citazione dal Sole XXIV ore di fine
1991 : “Necci non
nega che la Milano-Genova sia stata una carta di scambio per
avere il via sulla TAV; aggiunge inoltre che le FS non hanno
alcun dato reale che conforti la necessità e la fattibilità
della linea”.
All’inizio del 2017 la Cociv si è ritirata
dalla causa per evidenti motivi.
Ora, a distanza di un anno, tutti i soggetti apicali della
Cociv sono stati sostituiti, ma i processi non decollano e la più
inutile delle opere, sia pure con difficoltà, va avanti.
I giornali hanno già dimenticato tutto e i
sindaci, che non so se definire sprovveduti o conniventi, fanno
polemica solo sui 60 milioni di compensazioni. Se alcune opere
sono realmente necessarie perché non le finanzia lo Stato visto
che tanto è lui ch paga le spese Cociv? Se si tratta di ulteriori
rotatorie, cavalcavia e altre strade allora puzzano di mancetta a
carico di tutti noi (lo Stato) per svendere paesaggio, vivibilità,
salute.
Non si deve dimenticare il livello di questi
alti manager. Ad esempio quel signore che veniva indicato da Renzi
15 mesi fa come colui che doveva riprendere in mano la vicenda del
ponte di Messina, in una intercettazione telefonica viene così
(più o meno) registrato: Un tecnico si dichiara di essere
preoccupato del problema amianto, saggi effettuati inducono a
pensare che lungo lo scavo emergeranno 4 milioni di metri cubi di
roccia ricca di amianto e si dichiara perplesso su come e dove
trasportarla e sui danni alla salute per le popolazioni e gli
stessi operai.
La risposta di Ettore Pagani è terribile:
“Ma di che ti preoccupi? Tanto la malattia da amianto viene
fra trent’anni!
L’indignazione che provocano simili individui
non può non suscitarmi un grande affetto per Luisa Minazzi che “la
malattia” l’ha subita e ne è stata uccisa e tanta solidarietà per
i casalesi che hanno per decenni subito la tracotanza e le falsità
di questi predoni della natura, della salute, della morale e dei
valori di solidarietà che dovrebbero contraddistinguere gli esseri
umani.