venerdì 30 settembre 2022

La morbida del Lemme del 30 settembre 2022

Dopo la pioggia di questa notte si interrompe la lunga secca estiva nel tratto terminale. 

Il Lemme riprende a scorrere.

Basaluzzo - L'alveo del Lemme, che in questo tratto a monte del ponte
 della SP155 appare giallastro, poco prima dell'arrivo della morbida. 

Il Lemme alle 9:17



Le acque del Lemme incontrano l'Orba e superano la traversa della Roggia di Bosco a Fresonara

Poco prima di mezzogiorno la morbida arriva a valle della garzaia di Bosco Marengo
nella Riserva Naturale del Torrente Orba

Stralcio dell'immagine del radar Piemonte che mostra una fase delle precipitazioni nella notte
www.meteopiemonte.com

Idrogramma dell'idrometro sull'Orba di Basaluzzo in corrispondenza della traversa:
a distanza di 6 ore dal repentino innalzamento del livello, il nuovo 
lieve incremento è probabilmente dovuto al contributo della Stura di Ovada.


Rilevazioni del pluviometro di Fraconalto.
In 12 ore sono caduti circa 160 mm di pioggia
con punte massime tra i 30 e 40 mm/h.












mercoledì 27 luglio 2022

Nei fiumi pile dei ponti scalzate e difese spondali che crollano ma si prende altra ghiaia.

 Articolo tratto da Giornale 7 del 27 luglio 2022

https://www.giornale7.it/nei-fiumi-pile-dei-ponti-scalzate-e-difese-spondali-che-crollano-ma-si-prende-altra-ghiaia/  

Il ponte sul Lemma a Francavilla con le pile scalzate


Piloni dei ponti scalzati e difese spondali che crollano per lo stesso motivo: la carenza di ghiaia. Eppure la Regione ha autorizzato altri prelievi di materiali dal corsi d’acqua, compresi quelli alessandrini. In tutta la Regione sono previsti 144 interventi per movimentare e asportare un totale di oltre 920 mila metri cubi di ghiaia, che fa ovviamente gola al settore edile. In provincia di Alessandria i prelievi autorizzati sono una ventina per totale di 115 mila metri cubi. Tre sono nel Borbera: uno nella frazione di Persi, l’altro in località Morasca, entrambi e Borghetto, per 10 mila metri cubi ciascuno, il terzo a Cabella, in prossimità del concentrico del paese, per 8 mila metri cubi. In Val Lemme: 4 mila cubi da prelevare nel rio Riasco a Basaluzzo, a monte del ponte della strada 160; 10 mila metri cubi a Francavilla Bisio presso il ponte sul Lemme per cascina Biutta; a Gavi 6 mila metri cubi nel rio Ardana e 10 mila nel Lemme a monte del paese. A Ovada prelievi da 6 mila metri cubi ciascuno nell’Orba alla confluenza con lo Stura e nello Stura presso il ponte di via Novi. Stesso quantitativo a Silvano, sempre nell’Orba, in località Guastarina, e a Capriata, a ridosso del ponte di Strada Oltre Orba. Lo Scrivia è interessato dall’asportazione di 10 mila meri cubi alla confluenza con il Borbera tra Serravalle, Arquata e Vignole. Altri prelievi sono programmati nell’Acquese, lungo la Bormida e l’Erro. La Regione ha pubblicato un bando al quale possono partecipare le imprese edili proponendo una cifra per il pagamento del canone. Stessa operazione avvenuta nel 2021, quando furono autorizzati trentatré interventi sul territorio alessandrino, alcuni dei quali riproposti quest’anno. Il metodo adottato dalla giunta Cirio punta a “sburocratizzare” i prelievi di ghiaia rendendo “molto più veloce dare il via alle operazioni vitali per il buon mantenimento dei corsi d’acqua, necessario ora quanto mai alla luce dell’emergenza climatica che provoca ingrossamenti repentini di fiumi e torrenti moltiplicando i danni quando questi sono privi di manutenzione”, come hanno spiegato gli amministratori regionali. 

 

Piloni dei ponti scalzati e difese spondali che crollano per lo stesso motivo: la carenza di ghiaia. Eppure la Regione ha autorizzato altri prelievi di materiali dal corsi d’acqua, compresi quelli alessandrini. In tutta la Regione sono previsti 144 interventi per movimentare e asportare un totale di oltre 920 mila metri cubi di ghiaia, che fa ovviamente gola al settore edile. In provincia di Alessandria i prelievi autorizzati sono una ventina per totale di 115 mila metri cubi. Tre sono nel Borbera: uno nella frazione di Persi, l’altro in località Morasca, entrambi e Borghetto, per 10 mila metri cubi ciascuno, il terzo a Cabella, in prossimità del concentrico del paese, per 8 mila metri cubi. In Val Lemme: 4 mila cubi da prelevare nel rio Riasco a Basaluzzo, a monte del ponte della strada 160; 10 mila metri cubi a Francavilla Bisio presso il ponte sul Lemme per cascina Biutta; a Gavi 6 mila metri cubi nel rio Ardana e 10 mila nel Lemme a monte del paese. A Ovada prelievi da 6 mila metri cubi ciascuno nell’Orba alla confluenza con lo Stura e nello Stura presso il ponte di via Novi. Stesso quantitativo a Silvano, sempre nell’Orba, in località Guastarina, e a Capriata, a ridosso del ponte di Strada Oltre Orba. Lo Scrivia è interessato dall’asportazione di 10 mila meri cubi alla confluenza con il Borbera tra Serravalle, Arquata e Vignole. Altri prelievi sono programmati nell’Acquese, lungo la Bormida e l’Erro. La Regione ha pubblicato un bando al quale possono partecipare le imprese edili proponendo una cifra per il pagamento del canone. Stessa operazione avvenuta nel 2021, quando furono autorizzati trentatré interventi sul territorio alessandrino, alcuni dei quali riproposti quest’anno. Il metodo adottato dalla giunta Cirio punta a “sburocratizzare” i prelievi di ghiaia rendendo “molto più veloce dare il via alle operazioni vitali per il buon mantenimento dei corsi d’acqua, necessario ora quanto mai alla luce dell’emergenza climatica che provoca ingrossamenti repentini di fiumi e torrenti moltiplicando i danni quando questi sono privi di manutenzione”, come hanno spiegato gli amministratori regionali. Un metodo contestato dal Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, associazione creata da tecnici di diversa estrazione disciplinare e professionale, da Cipra (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi) e dalle associazioni Free Rivers Italia, Legambiente, Pro Natura, WWF e ad alcune associazioni di pescatori. Nella lettera inviata alla Regione e ad altri enti si rileva che le asportazioni di ghiaia previste sono al di fuori dalla pianificazione di bacino prevista dalla direttive europee e dell’Autorità di Bacino del Fiume Po.  

 La difesa spondale lungo l'Orba a Retorto (Predosa) crollata


Un metodo contestato dal Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, associazione creata da tecnici di diversa estrazione disciplinare e professionale, da Cipra (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi) e dalle associazioni Free Rivers Italia, Legambiente, Pro Natura, WWF e ad alcune associazioni di pescatori. Nella lettera inviata alla Regione e ad altri enti si rileva che le asportazioni di ghiaia previste sono al di fuori dalla pianificazione di bacino prevista dalla direttive europee e dell’Autorità di Bacino del Fiume Po. Secondo queste ultime, i prelievi dovrebbero essere pianificati vicino al centri abitati o in corrisponde dei opera trasversali, come i ponti. Invece, “il 75% degli interventi non si trova in corrispondenza di centri abitati; il 60% non è in corrispondenza di opere trasversali o canalizzazioni o pare complessivamente esteso ben oltre la singola struttura. Il 50% non si trova presso centri abitati né nelle adiacenze di opere trasversali o canalizzazioni”. Inoltre, i prelievi sono spesso previsti l’uno accanto all’altro, diventando così “un solo esteso intervento da decine di migliaia di metri cubi di materiale estratto da un unico continuo tratto di corso d’acqua, in contrasto con la normativa”. L’asportazione di ghiaia e di vegetazione dall’alveo, sostengono i firmatari della lettera, “spesso promossi dalla popolazione e dai comuni e giustificati come misure per la riduzione della pericolosità idraulica, in realtà sono privi di fondamento scientifico e possono portare a un aumento del rischio invece che a una sua riduzione”. Lo dimostra la situazione del ponte sul Lemme a Francavilla Bisio, con le pile scalzate, e la difesa spondale dell’Orba a Retorto (Predosa), crollata. E’ la prova, secondo gli autori della lettera, che la ghiaia in questi fiumi manca.

giovedì 21 luglio 2022

ESCAVAZIONI NEI FIUMI PIEMONTESI: un approccio profondamente sbagliato

 ESCAVAZIONI NEI FIUMI PIEMONTESI  Secondo programma di interventi di manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide

Varie Associazioni spiegano in una lettera perché il Secondo Programma di interventi di manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide è un approccio profondamente sbagliato.


Regione Piemonte

Piazza Castello 165 – Torino

Alla c.a. del Presidente Dott. Alberto Cirio

gabinettopresidenzagiunta@

cert.regione.piemonte.it

 

Regione Piemonte

C.so Bolzano 44 – 10121 Torino

Alla c.a. dell’Assessore Marco Gabusi

assessorato.gabusi@cert.regione.piemonte.it

 

e p.c.

 

Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po

Strada Garibaldi 75 – 43121 Parma

protocollo@postacert.adbpo.it

 

Agenzia Interregionale per il Fiume PO

Strada Garibaldi 75 – 43121 Parma

protocollo@cert.agenziapo.it

 

Regione Piemonte

Direzione regionale Opere pubbliche, Difesa del

suolo, Protezione civile, Trasporti e Logistica

Corso Stati Uniti 21 – Torino

difesasuolo@cert.regione.piemonte.it

 

Autorità Nazionale Anticorruzione

Via Minghetti 10 – 00187 Roma

protocollo@pec.anticorruzione.it


 Oggetto: D.G.R. 20 maggio 2022, n. 20-5076 - Secondo programma di interventi di

manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide: perché è un approccio

profondamente sbagliato

La recente D.G.R. della Regione Piemonte di cui in oggetto definisce il secondo programma di

interventi di manutenzione dei corsi d'acqua con asportazione di materiale litoide, nel rispetto dei

criteri previsti dall'articolo 37, comma 2 della L.R. n. 15/2020, da realizzarsi da parte di imprese o

altri soggetti privati, previa pubblicazione di avvisi di manifestazione di interesse alla redazione del

progetto definitivo/esecutivo e alla realizzazione con canone base pari a zero

(https://bandi.regione.piemonte.it/avvisi-beni-regionali/secondo-programma-interventimanutenzione-

idraulica-asportazione-materialelitoide?

fbclid=IwAR3kNNON0ge8KbV3lI4FuqOX79V_6Td7jhj4I2xh9du9zSOHWMQ00-fKKsE).

Si tratta complessivamente di 144 interventi in alveo consistenti nell’asportazione di materiale

litoide, di cui 37 con contestuale movimentazione/ripascimento di sedimenti, come da schede

descrittive.

A questi interventi è associata l’escavazione di un totale di 926.750 m3 di sedimenti dai corsi d’acqua

piemontesi, su una lunghezza di aste fluviali direttamente interessate dai lavori stimata

approssimativamente tra 80 e 83 km, ovvero circa 11.500 m3/km.

Il programma di interventi di manutenzione trova le sue origini nella D.G.R. 14 gennaio 2002, n. 44-

5084, evidentemente precedente alla deliberazione n. 9 del 2006 del Comitato Istituzionale

dell’Autorità di Bacino del Fiume Po, che regola la programmazione degli interventi di gestione dei

sedimenti, e la sua implementazione su vasta scala è stata recentemente catalizzata dalle disposizioni

di cui all’art. 37 della L.R. 15/2020. Questo strumento gestionale si colloca in un contesto

essenzialmente avulso dalla pianificazione di bacino di cui alle direttive europee 2007/60/EC e

2000/60/EC, che mai sono citate nei provvedimenti associati a quanto in oggetto.

Come specificato nella D.G.R. 5 marzo 2021 n. 4-2929, “la “Direttiva tecnica per la

programmazione degli interventi di gestione dei sedimenti degli alvei” allegata alla deliberazione n.

9 del 2006 del Comitato Istituzionale dell’Autorità di Bacino del Fiume Po prevede, al punto 5,

procedure transitorie per gli interventi comportanti asportazione di materiale litoide, anche in

assenza di programma generale di gestione dei sedimenti, riguardante esclusivamente specifiche

situazioni locali: situazioni in corrispondenza di opere trasversali o restringimenti di sezione d’alveo

in cui risultano presenti locali depositi che non possono essere presi in carico dalla corrente a causa

della presenza della stessa opera trasversale o del restringimento; tratti di corso d’acqua in

corrispondenza di centri abitati, in cui per motivate e verificate esigenze di carattere idraulico è

necessario ripristinare la geometria d’alveo di progetto necessaria per il deflusso delle piene”.

Inoltre, limitatamente ai nodi idraulici puntualmente individuati nell'Accordo “tra Regione Piemonte,

AIPo e Autorità di Bacino del Fiume Po, sottoscritto in data 20/02/2007 ed il cui schema è stato

approvato con D.G.R. n. 29-5268 del 12/02/2007, per la ’”Attuazione della D.G.R. n. 44-5084 del

14/01/2002 attraverso il Programma generale di gestione dei sedimenti degli alvei dei corsi d’acqua

della Regione Piemonte, ai sensi della Direttiva dell’Autorità di bacino adottata dal Comitato

Istituzionale con deliberazione n.9 in data 05/04/2006”” non vi sono “limitazioni al quantitativo di

materiale litoide estratto in quanto sarà il raggiungimento delle originarie condizioni di progetto a

stabilirne i volumi”.

È evidente quindi che l’estrazione di materiale litoide dagli alvei al di fuori della programmazione

della gestione dei sedimenti deve essere effettuata in via straordinaria e in poche particolari fattispecie

definite dalla normativa vigente.

Dal programma di cui in oggetto e dalle relative schede di descrizione degli interventi si evince quanto

segue:

- Il 75% degli interventi non si trova in corrispondenza di centri abitati; il 60% non è in

corrispondenza di opere trasversali o canalizzazioni o pare complessivamente esteso ben oltre

la singola struttura; il 50% non si trova presso centri abitati né nelle adiacenze di opere

trasversali o canalizzazioni.

- Numerosi interventi, in questo programma come nel precedente, prevedono l’asportazione di

singole barre anche di dimensioni molto piccole o l’asportazione di barre che si alternano ai

lati di un canale di scorrimento sinuoso. Un tale approccio, che assimila i corsi d’acqua a

condotte statiche, risulta anacronistico, semplicistico, inefficace ed effimero, e

evidentemente non considera la complessità dei sistemi fluviali, costituiti da acqua,

sedimento e materiale legnoso che, muovendosi verso valle, plasmano le forme del paesaggio

fluviale piena dopo piena. A tal proposito è bene ricordare che “le barre sono in equilibrio

con la dinamica dell’alveo, perciò si rivelano pretestuose e incongruenti le istanze, presentate

dai vari enti o corpi sociali, volte all’eliminazione delle barre, indicate incautamente come

ostacoli pericolosi al regolare deflusso delle portate di piena” (Gisotti e Zarlenga, 2004).

- Vi sono interventi distinti, ovvero previsti ciascuno in una propria scheda, ubicati nelle

immediate adiacenze l’uno dell’altro; una tale frammentazione di cantieri, e di quantitativi di

materiale litoide estratto, si traduce evidentemente in un solo esteso intervento

caratterizzato da decine di migliaia di metri cubi di materiale estratto da un unico

continuo tratto di corso d’acqua, in contrasto con quanto previsto dalle norme sopra

menzionate.

- La caratterizzazione delle dinamiche morfologiche attuali e recenti rappresenta una base

conoscitiva essenziale per definire le opportune misure gestionali; nessuna relazione tecnica,

tuttavia, accompagna le schede descrittive degli interventi e non vi è alcun riferimento

ai dati sulla base dei quali gli interventi, ovvero i volumi di materiale litoide da estrarre

e mobilizzare, sono stati definiti. In riferimento ai volumi di materiale da movimentare in

alveo, nella maggior parte dei casi non vi è alcuna indicazione sulle modalità di effettuazione

di tali interventi. Inoltre, Alcune schede riportano unicamente il quantitativo da mobilizzare,

altre specificano il quantitativo da asportare e quello associato alla “necessità di

ripascimento”. Pare evidente il controsenso nel prevedere l’asportazione di materiale

unitamente al ripascimento; non è chiaro se il materiale associato al ripascimento debba essere

introdotto in alveo in maniera indipendente rispetto a quello che viene estratto o sia in qualche

modo connesso al materiale rimosso (che, asportato, viene ricollocato). Alcune schede

mostrano, infine, interventi di estrazione che interessano tratti caratterizzati da

affioramento diffuso del substrato, il che è particolarmente grave e sintomo di assoluta

mancanza di attenzione ai processi morfologici in gioco e all’effettiva connessione tra

tendenze evolutive dell’alveo e pericolosità geomorfologica. Si rammenta che il progressivo

abbassamento della quota dell’alveo è causa di problemi di instabilità delle sponde e di

eventuali attraversamenti con pile fondate in alveo, il che risulta in danni e relativi costi per

correre ai ripari.

- Le schede illustrative presentano una marcata disomogeneità in termini di descrizione delle

informazioni alla scala di ufficio competente. Alcune, per esempio, descrivono l’intervento

come “intervento di manutenzione straordinaria” senza specificare ulteriormente; altre

riportano la dicitura “lavori di manutenzione idraulica”; altre mostrano due schemi di sezione

trasversale senza fornire indicazioni specifiche; altre ancora riportano “lavori di manutenzione

idraulica con ricalibratura”; altre, infine, forniscono maggiori dettagli come “intervento di

ripristino dell’officiosità della sezione idraulica mediante apertura di un canale di deflusso

in centro alveo con asportazione di materiale litoide e movimentazione di materiale da

collocare ad imbottimento della sponda sinistra”.

Le schede mostrano l’ubicazione degli interventi in varie modalità: alcune raffigurano punti

che potrebbero essere gli estremi del tratto interessato o i siti puntuali di intervento; altre

riportano l’estensione lineare del tratto; altre l’estensione areale della porzione di alveo

interessata; altre ancora non riportano alcun segno di perimetrazione del cantiere. Le

coordinate fornite, tuttavia, non delimitano in dettaglio aree né tratti in quanto sono riferite ad

un singolo punto. I tratti che saranno interessati dai lavori sono definiti su elaborati

cartografici anche molto diversi a seconda delle singole schede, quali fotografie aeree, anche

con risoluzione molto bassa, carta tecnica e altre carte. In questi ultimi casi evidentemente

non è possibile la definizione/individuazione delle unità geomorfologiche interessate.

Infine, non tutte le schede illustrative riportano i vincoli esistenti; per esempio, alcune schede

non specificano che l’intervento ricade in un sito della RN2000.

- I progetti sono redatti da imprese e soggetti privati, il che pare azzardato, considerato che le

informazioni riportate nelle schede di descrizione degli interventi sono decisamente esigue e

che, con ogni probabilità, il privato non può conoscere, né è tenuto a farlo, le criticità

idromorfologiche del sistema fluviale, pubblico, di tutti, su cui si trova ad operare.

- Non è chiara la motivazione per cui in riferimento alla gestione degli alvei nelle premesse

della D.G.R. 20 maggio 2022, n. 20-5076 venga citato l’interesse privato: “Premesso, inoltre,

che: l’articolo 37 della legge regionale 15/2020, ha previsto, al verificarsi di determinate

condizioni, procedure atte a conciliare l’interesse pubblico e privato per addivenire ad una

più agevole procedura e modalità di esecuzione degli interventi di manutenzione idraulica

con estrazione ed asportazione di materiali litoidi dai corsi d’acqua demaniali e loro

pertinenze”.

- Il programma pare del tutto avulso da qualsiasi valutazione in termini di programmazione e

pianificazione di area vasta, da una effettiva valutazione dei costi e dei benefici in senso lato

degli interventi previsti, nonché dalla procedura di consultazione pubblica, di cui anche al

Contratto di Fiume vigente in alcuni dei corsi d’acqua interessati; nella documentazione

disponibile non vi è alcun riferimento a valutazioni circa la bontà degli interventi in

riferimento al perseguimento degli obiettivi di cui alle direttive 2000/60/CE e 2007/60/CE, il

che costituisce un aspetto di non secondaria importanza considerato che l’Italia è stata, in

particolare, oggetto di diverse procedure di infrazione comunitaria per l’inadeguata

applicazione della Direttiva Quadro Acque.

- La continua implementazione di misure gestionali per vie parallele, indipendenti e

disomogenee rispetto al filone principale della pianificazione della gestione dei sedimenti alla

scala appropriata (si pensi agli interventi del programma di cui in oggetto, a quelli del primo

programma di manutenzione, a quelli relativi a procedure di somma urgenza e a quelli, per

esempio, dei bandi regionali per la riqualificazione morfologica dei corpi idrici) porta ad avere

molteplici interventi totalmente disconnessi e talvolta sovrapposti, anche motivati da ragioni

diametralmente opposte.

- Pare, infine, del tutto mancante la valutazione degli effetti degli interventi stessi, in forma

singola o cumulata, nonché incongruente la definizione di numerosi interventi che sono

evidentemente ben lontani dai contesti di cui alle procedure transitorie previste dalla suddetta

deliberazione n. 9 del 2006 del Comitato Istituzionale dell’Autorità di Bacino del Fiume Po.

- Nel 2021 con la D.G.R. n. 7-3538 del 16 luglio 2021 è stato approvato il primo programma

di interventi di manutenzione il quale era caratterizzato da molteplici criticità assimilabili a

quelle documentate in riferimento al bando di cui in oggetto e già segnalate agli enti

competenti. Numerosi interventi del secondo programma erano già previsti dal primo, in

parte con gli stessi quantitativi di sedimenti e in parte con quantitativi differenti.

È ormai ampiamente riconosciuto che una corretta gestione dei sedimenti fluviali deve basarsi sulla

definizione di obiettivi espliciti a scala di bacino e sulla conoscenza delle tendenze evolutive degli

alvei fluviali.

Come documentato in ampia letteratura scientifica, interventi di rimozione della vegetazione e dei

sedimenti, spesso promossi dalla popolazione e dai comuni e giustificati come misure per la riduzione

della pericolosità idraulica, in realtà sono privi di fondamento scientifico e possono portare a un

aumento del rischio invece che a una sua riduzione; o comunque il loro rapporto costi-benefici è

molto discutibile (Cencetti et al., 2017; Comiti et al., 2011); inoltre gli effetti negativi delle

escavazioni in alveo sono ormai ampiamente conosciuti (Bravard et al., 1999; Kondolf, 1997; Surian

et al., 2009), unitamente al fatto che tali effetti non si limitano al sito interessato bensì si propagano

lungo l’asta fluviale, anche a grande distanza dal suddetto sito, sia in fase di cantiere, causando

generalmente pesanti ripercussioni sulla biocenosi acquatica, che successivamente, con possibili

conseguenze in termini idromorfologici ed ecologici, come da riferimenti sopra menzionati.

“Pare troppo semplicistico l’attribuire, ed in via esclusiva, alla mancata (e burocraticamente

impedita) pulizia ordinaria degli alvei dei fiumi e dei torrenti la causa principale degli ingenti danni

e disastri” (Lettera aperta del Consiglio dell'Ordine Regionale dei Geologi del Piemonte, ottobre

2019) associati alle alluvioni. La tendenza alla generalizzata escavazione puntuale che caratterizza

gli ultimi anni e il programma di cui in oggetto offende decenni di progressivo sviluppo delle

conoscenze in materia di idromorfologia fluviale e non può certamente divenire una prassi ordinaria

di “programmazione extra-programmazione” parallela ed avulsa da qualsiasi tipo di efficace e

sostenibile pianificazione di misure gestionali alla scala spaziale appropriata, ovvero quella di bacino

idrografico.

Ad oggi in Regione Piemonte il programma di gestione dei sedimenti è disponibile per le seguenti

aste fluviali: torrente Orco (D.G.R. di approvazione n. 49-1306 del 23.12.2010); torrenti Pellice e

Chisone (D.G.R. di approvazione n. 49-3650 del 28.03.2012); torrente Maira (D.G.R. di approvazione

n. 24-5793 del 13.05.2013); fiume Po (tre stralci: Stralcio “intermedio”, da confluenza Tanaro a

confluenza Arda all’incile del Po di Goro, deliberazione del Comitato Istituzionale n. 20 del 5 aprile

2006; Stralcio “di valle”, da confluenza Arda all’incile del Po di Goro, deliberazione del Comitato

Istituzionale n.1 del 24 gennaio 2008; Stralcio “di monte” da confluenza Stura di Lanzo a confluenza

Tanaro, deliberazione del Comitato Istituzionale n. 3 del 18 marzo 2008).

Tutto ciò considerato, è auspicabile innanzi tutto applicare le norme nazionali esistenti, colmando la

rilevante lacuna associata ai programmi di gestione dei sedimenti, che sono obbligatori ai sensi della

normativa vigente (art. 117 D.lgs 152/06 e s.m.i.).

Si auspica inoltre che l’Autorità di Bacino Distrettuale verifichi che tutti gli interventi di asportazione

dei sedimenti rispettino quanto previsto dalla “Direttiva tecnica per la programmazione degli

interventi di gestione dei sedimenti degli alvei”, e che ci sia un ripensamento da parte della Regione

che, a fronte delle rilevanti criticità emerse, potrebbe rivalutare sia l’istituto del Programma nel suo

complesso, che i singoli interventi previsti.

Nel 1995 un articolo pubblicato sulla pagina locale alessandrina del quotidiano La Stampa era

intitolato “Disalvei, soluzioni spesso solo illusorie” e riportava le dichiarazioni dell’allora Segretario

Generale dell’Autorità di Bacino del fiume Po, Ing. Passino, secondo il quale “durante un evento di

piena come quello del Tanaro (il riferimento è al 1994) la sezione bagnata di alveo può raggiungere

anche 30 o 50 volte quella normalmente occupata dal fiume; spesso è perciò illusorio pensare che si

possa con l’escavazione creare un letto sufficientemente ampio da potersi difendere dagli eventi di

piena, specie se le aree di naturale espansione sono state occupate con interventi edilizi o

industriali”. Dopo quasi trent’anni occorre ancora ribadire che è necessario non alimentare questa

illusione; serve promuovere una presa di coscienza della popolazione in merito alla gestione fluviale,

ovvero un aumento di consapevolezza unitamente alla diffusione di una cultura scientifica oggi tanto

decantata a parole ma ignorata nei fatti.

Certi dell’attenzione che si vorrà dare alla presente e restando a disposizione per un confronto sul

tema, si porgono i più cordiali saluti.


20 luglio 2022


Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale

Laura Marianna Leone, Presidente


Associazione per la Tutela degli Ambienti

Acquatici e dell’Ittiofauna ODV

Pierluigi Roncaglione Garoffo, Presidente


CIPRA Italia

Vanda Bonardo, Presidente


Comitato Pescatori Piemonte

Marco Ferrero Poschetto, Presidente


Comitato Tutela Fiumi di Biella

Daniele Gamba, Referente


Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi - Free

Rivers Italia

Lucia Ruffato, Presidente


Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta

Giorgio Prino, Presidente


Pro Natura Piemonte

Mario Cavargna, Presidente


WWF Oasi e Aree Protette Piemontesi - ODV

Valentina Marangoni, Presidente


Bravard, J.P., Kondolf, G.M., Piégay, H. (1999). Environmental and societal effects of channel incision and remedial strategies, in: Darby, S.E., Simon,

A. (Eds.), Incised River Channels: Processes, Forms, Engineering and Management. Wiley, Chichester, UK, pp. 303–341.

Cencetti, C., De Rosa, P., Fredduzzi, A. (2017). Geoinformatics in morphological study of River Paglia, Tiber River basin, Central Italy. Environmental

Earth Sciences, 76(3), 128.

Comiti, F., Da Canal, M., Surian, N., Mao, L., Picco, L., Lenzi, M. A. (2011). Channel adjustments and vegetation cover dynamics in a large gravel

bed river over the last 200 years. Geomorphology, 125(1), 147-159.

Gisotti, G., Zarlenga, F. (2004). Geologia ambientale. Principi e metodi. Flaccovio editore.

Kondolf, G.M., (1997). Hungry Water: Effects of Dams and Gravel Mining on River Channels. Environmental Management 21, 533–551.

Surian, N., Rinaldi, M., Pellegrini, L., Audisio, C., Maraga, F., Teruggi, L., Turitto, O., Ziliani, L. (2009). Channel adjustments in northern and central

Italy over the last 200 years, in: James, L.A., Rathburn, S.L., Whittecar, G.R. (Eds.), Management and Restoration of Fluvial Systems with Broad

Historical Changes and Human Impacts, Geological Society of America Special Papers. Geological Society of America, pp. 83–95.


CIRF - Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale

Viale Garibaldi 44/A – 30173 Mestre

Mail: info@cirf.org, PEC: infocirf@pec.it, Web: www.cirf.org, Tel. 389 1104025


martedì 7 giugno 2022

NO a nuovi inceneritori in Regione e NO all'ipotesi Novi Ligure

 6 giugno 2022                                                                                           Comunicato stampa

 Legambiente: “NO a nuovi inceneritori in Regione e NO all'ipotesi Novi Ligure” 

Il 24 maggio le dichiarazioni del neo-Presidente di TRM Alessandro Battaglino su La Stampa di Torino, ieri 5 giugno quelle del presidente del Consorzio servizi rifiuti del Novese, Tortonese, Acquese e Ovadese, Angelo Ravera : “A questo punto direi che sia evidente: il termovalorizzatore si farà sul nostro territorio”. 

Di evidente c'è solo una classe politica sorda alle necessità ambientali e pronta a percorrere la strada che apparentemente sembra più semplice. Il Consorzio Rifiuti Novese ed il suo presidente devono fare un passo indietro perché la pianificazione dei termovalizzatori non spetta a loro. 

Inoltre il Piemonte non ha bisogno di nuovi impianti di incenerimento: una Regione ampiamente inadempiente alle norme europee, nazionali e allo stesso piano regionale, non può basare sulle proprie inefficienze nuove progettualità impiantistiche per lo smaltimento, né può accollarsi le esigenze liguri. Il Basso Piemonte non può essere perennemente al servizio della Liguria! 

E soprattutto non è accogliendo rifiuti da fuori regione che migliorerà la situazione ambientale novese. Di seguito alcune frasi del comunicato di Legambiente Piemonte che condividiamo in pieno e riproponiamo per dire NO a nuovi inceneritori in Piemonte. 

Con i progetti ad oggi avanzati si andrebbe verso un sovradimensionamento impiantistico importante, a tutto discapito di una gestione sostenibile dei rifiuti e del percorso di economia circolare che l’Europa ci chiede. Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta assiste con sgomento alla corsa all’incenerimento partita da Roma ed ora arrivata in pompa magna anche nella nostra Regione dove da tempo covava sotto le ceneri. 

Le parole del neo-Presidente di TRM Alessandro Battaglino nell’intervista a La Stampa del 24 maggio scorso ci lasciano abbastanza esterrefatti, nella forma e nella sostanza. Nella forma perché Battaglino è Presidente di una società che di incenerimento si occupa, nominato dal Comune di Torino; nella sostanza perché, al solito, si parte dall’elemento (lo smaltimento dei rifiuti) in fondo a tutte le indicazioni di priorità d’azione dettate dalle norme nazionali ed europee. 

La programmazione impiantistica è in capo alla Regione e ricordiamo come ad oggi siano presenti sul territorio piemontese almeno 3 progetti in differente stato di avanzamento per altrettanti nuovi impianti di incenerimento con valorizzazione energetica: l’impianto proposta da A2A a Cavaglià in provincia di Biella (280.000 tonn/anno); l’impianto proposto e presentato alle amministrazioni locali la scorsa settimana da SMAT per la valorizzazione energetica dei fanghi da depurazione a Settimo Torinese (100.000 tonn /anno); l’impianto a cui spesso l’amministrazione regionale ha fatto riferimento da creare nel sud della regione, con ogni probabilità a Novi Ligure. 

Si va verso un sovradimensionamento impiantistico impressionante in una Regione che non solo non rispetta le direttive nazionali sulla gestione rifiuti, ma che nemmeno rispetta gli obiettivi auto-imposti dal piano regionale al 2020 (474 kg/abitante e 64% di raccolta differenziata contro i target dei 465 kg/abitante e il 65% di RD) . 

Se solo si rispettassero gli obiettivi (modesti) fissati dal piano vigente al 2025 (425 kg e 70% di RD in ogni ATO) il Piemonte avrebbe una necessità di smaltimento pari a 545.000 tonn/anno di RSU, ampiamente coperta dall’impianto del Gerbido (che nel 2021 ha bruciato 560.000 tonnellate di rifiuti). 

Obiettivi che, come affermato al nostro Ecoforum 2021 da funzionari regionali, saranno rivisti e resi decisamente ambiziosi dalla nuova pianificazione, sia in tema di raccolta differenziata che in tema di riduzione. “La gestione dei rifiuti – continua Giorgio Prino, Presidente di Legambiente Piemonte – ha ricadute importanti anche sul tema della decarbonizzazione. In questo momento il Gerbido è il maggior punto di emissione di gas climalteranti della Città di Torino.  Ci chiediamo come possa la Città di Torino, per bocca di un suo nominato, pensare ad un nuovo impianto di incenerimento, visto che ha assunto il gravosissimo impegno di una decarbonizzazione totale entro il 2030 con la partecipazione al programma europeo “100 Climateneutral Cities by 2030 – by and for the Citizens”. 

Torino non ha bisogno di un nuovo impianto di smaltimento. 

Il Piemonte non ha bisogno di un nuovo impianto di smaltimento. 

Novi Ligure ed il Basso Piemonte non hanno bisogno di un nuovo impianto di smaltimento. 

Si percorra senza preclusioni ideologiche la strada dettata dall’Europa e si segua un reale percorso verso l’economia circolare: prevenzione, riduzione, riuso e raccolta differenziata.

Legambiente Ovadese Valli Orba e Stura

Legambiente Val Lemme

giovedì 2 giugno 2022

L’EVENTO ALLUVIONALE DEL 2 -3 OTTOBRE 2020 IN PIEMONTE

Il 25 maggio scorso, nel corso di un convegno a Torino, ricercatori del CNR IRPI di Torino e di altre Università, funzionari dell’Arpa Piemonte e della Regione Piemonte, con la collaborazione di professori universitari e liberi professionisti hanno analizzato l’evento atmosferico del 2 e il 3 ottobre 2020. 

Evento che diede origine alle intense piogge, legate alla tempesta atlantica “Alex”, che interessarono una zona del cuneese con la confinante area francese e una zona a nord del Piemonte.

I tecnici hanno affrontato prima aspetti meteorologici e idrologici, per poi toccare tematiche più prettamente geologiche e geomorfologiche, con una corposa analisi storica degli eventi pregressi e con inevitabili considerazioni legislative ed urbanistiche.

Trattandosi di analisi scientifiche nessun accenno è stato fatto circa la necessità di escavazioni generalizzate dei fiumi, tranne un breve cenno sulla loro inutilità. Su questo argomento, sempre nell’ottobre 2020, avevamo pubblicato il post:

https://circololegambientevallemme.blogspot.com/search/label/%23ALLUVIONI  )

Il lavoro svolto dai ricercatori è pubblicato nel volume L’EVENTO ALLUVIONALE DEL 2 -3 OTTOBRE 2020 IN PIEMONTE (supplemento al n. 4/2021 del periodico della Società Italiana di Geologia Ambientale) che si può scaricare dal sito:


Nelle Conclusioni, a firma di Fabio Luino e Laura Turconi dell’IRPI-CNR, si legge:

…anche questo evento ha dimostrato che se da un lato gli episodi pluviometrici intensi che hanno provocato danni sono sempre più frequenti (in media uno ogni due giorni nel 2021 sull’intera penisola), dall’altra paghiamo a caro prezzo il poderoso sviluppo edilizio dei decenni precedenti, come ben si è descritto nel paragrafo 4.7. Ancora oggi i mass media utilizzano il termine “calamità naturale”, un luogo comune che ha consentito per anni di creare un alibi alle responsabilità oggettive esistenti. I danni causati dai fenomeni alluvionali sono il risultato di una politica di gestione territoriale che fino agli anni ‘90, non ha tenuto in considerazione le caratteristiche geomorfologico-idrauliche del territorio e i dati storici sulle piene del passato. Ad evento accaduto, è possibile constatare i danni, talvolta annoverare anche le vittime, scrivere relazioni tecniche, fotografare situazioni drammatiche: sono la diretta conseguenza di decisioni prese, diversi anni fa, da molti responsabili della cosa pubblica, ma anche sorrette da una vasta parte degli amministrati, colpevoli di non aver voluto capire quel che andava fatto ed incapaci di riconoscere i dovuti meriti agli amministratori più previdenti. Il risultato, oltre ai danni irreversibili al paesaggio, è stato in particolare il mancato rispetto di quell’area vitale del corso d’acqua, la cosiddetta “area di pertinenza fluviale”. Negli ultimi anni la sensibilità ambientale è per fortuna aumentata e ci si augura che anche la corretta pianificazione del territorio possa degnamente svolgere il suo compito. La speranza, per tutti coloro che operano in questo ambiente, è che gli studi approfonditi e mirati condotti da decenni sul territorio non finiscano nel cassetto, ma vengano presi in considerazione e applicati alla realtà anche se comporteranno necessariamente scelte drastiche ed impopolari. Perché ciò accada è necessario che chi ha il potere decisionale ed amministrativo sulla delicata materia “ambientale” e sul territorio si affidi a tecnici qualificati che siano in grado di identificare azioni rapide ed efficaci da intraprendere in tema di prevenzione di ogni tipo di rischio.


mercoledì 11 maggio 2022

I BORGHI ABBANDONATI DELL’ALTA VAL BORBERA. CAUSE STORICHE E GEOLOGICHE DELL’INSEDIAMENTO E DELL’ABBANDONO

Giovedì 12 maggio alle 20,30 ultimo appuntamento nell'ambito del ciclo "Conoscere il territorio" su Google Meet.

   Ci parleranno dei borghi abbandonati dell'alta Val Borbera Sergio Pedemonte e Irene Zembo.

 



martedì 26 aprile 2022

ALLA SCOPERTA DELLA NATURA DEL TERRITORIO E DELL'OASI NATURALISTICA DI ISOLA SANT'ANTONIO

 Giovedì 28 aprile alle 20,30 settimo appuntamento nell'ambito del ciclo "Conoscere il territorio" su Google Meet.

L’Oasi Naturalistica di Isola Sant’Antonio è un’area ricca di vita, di bellezza, di biodiversità.

E' il risultato di un progetto di riqualificazione naturalistico-ambientale, che ha coinvolto fra i diversi soggetti la Regione Piemonte, l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po Vercellese-alessandrino e il Comune di Isola Sant’Antonio e ha consentito di ridare spazio al Po e alla sua natura, trasformando localmente il territorio e creando un angolo davvero prezioso nel comune di Isola Sant’Antonio.

   Ci racconteranno di questo luogo speciale Daniela Meisina e Roberta Valle dell'Associazione Naturalistica Codibugnolo.


Chi 
fosse interessato a partecipare invii una mail a: 

mandarino.piero@gmail.com

oppure a:

mario@casaprian.it