giovedì 16 luglio 2015

CENA DI FINANZIAMENTO RICORSI - TRASTA SABATO 18 LUGLIO


Carissimo Presidente, Caro Giovanni

Pubblichiamo la lettera del Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio in cui rassicura il nuovo Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti in merito alla volontà del Governo a procedere con la realizzazione del Terzo Valico nonostante il mancato finanziamento da parte dell'Unione europea. Pressioni sulla Commissione europea sono in corso perché si riesamini il dossier.



mercoledì 15 luglio 2015

Articolo tratto da Il Corriere della Sera del 15/07/2015

La Storia conferma che l'esperianza già vissuta noninsegna nulla, in particolare vorrei riferirmi ai funzionari pubblici "prigionieri" della politica che sanno ma fanno sempre finta di nulla.

Mario Bavastro

Stava: il «piccolo Vajont»
dimenticato di 30 anni fa

Poco dopo mezzogiorno crollarono i bacini di decantazione di una miniera: una colata di acqua e fango a 90 km/h in pochi minuti spazzò via le vite di 268 persone

di Elisabetta Curzel

Trent’anni fa, a mezzogiorno, il paese di Stava si preparava a pranzare. Era una calda giornata di luglio e l’abitato – una piccola frazione del Comune di Tesero, in val di Fiemme (Trentino) – si godeva, con residenti e turisti, la tranquillità delle montagne. Meno di mezz’ora dopo, il paese non esisteva più. Alle 12h22’55” gli argini dei due bacini di decantazione situati sopra l’abitato di Stava si ruppero, creando un fiume di acqua e fango da 160 mila metri cubi, che alla velocità di 90 km orari cancellò tutto quello che incontrò sul proprio cammino. Il fiume di fango portò con sé alberi, case e costruzioni di ogni tipo; ma soprattutto cancellò in un istante l’esistenza di 268 persone, di cui oggi vive solo la memoria.
Una storia che viene da lontano
La storia del perché due bacini straripanti vennero costruiti sopra un abitato, su un terreno scosceso e paludoso, senza ottemperare alle più elementari misure di sicurezza risulta ancora incomprensibile, così come lo è l’eco sempre più fievole del ricordo di una simile tragedia. L’inizio può essere collocato molto lontano nel tempo, addirittura nel XVI secolo, quando si iniziò a sfruttare il monte Prestavel per la produzione di galena argentifera. Secoli più tardi vennero individuati alcuni filoni di fluorite, un minerale utilizzato in metallurgia, in ottica e nell’industria ceramica. Dopo la seconda guerra mondiale la miniera venne gestita da Montecatini, Montedison, Eni e infine Prealpi, società che riuscirono a costruire un’opera importante in un posto sbagliato.
Il posto sbagliato
L’attività estrattiva funzionava così: attraverso una teleferica il materiale di scavo veniva portato in superficie, dove veniva macinato e poi lavato con acqua e sostanze specifiche per separare la parte utile dallo scarto (flottazione). Quest’ultimo, una sorta di fango sottile composto al 95% da acqua, veniva depositato nel bacino di decantazione; la parte più pesante col tempo finiva sul fondo, mentre l’acqua di superficie, pulita, veniva incanalata da tubi di drenaggio che la portavano a valle. Impianti di questo tipo, secondo Daria Dovera, geologa che al processo per la tragedia di Stava fu perito di parte civile, vengono normalmente costruiti in luoghi opportuni: lontani dai centri abitati, seguono rigorose norme di sicurezza e hanno molto spazio a disposizione per ospitare i materiali di scarto. I bacini di Stava erano un’infelice eccezione: costruiti in una valle, su un lato della montagna e su un terreno scosceso e paludoso, erano situati sin dall’inizio nel posto sbagliato.
Un bacino su un terreno paludoso
Ma la miniera portava soldi. Il peccato originale, se esiste, va ricercato nella decisione presa nel 1961. In quell’anno, la Montecatini acquistò alcune particelle di terreno da un privato e altre dal Comune di Tesero - il paese a cui Stava fa capo – chiedendo e ottenendo la concessione per una discarica. La società chiese quindi alla Forestale – l’organo preposto a vigilare sulle caratteristiche idrogeologiche di un territorio – il permesso di costruire un «rilevato» (ossia un argine) di 9 metri, e lo ottenne, nonostante il terreno fosse paludoso. Domandò infine al Genio civile di poter captare l’acqua del rio Stava, e pure quello le venne concesso. Ora la Montecatini aveva a disposizione il terreno, la possibilità di costruire un terrapieno che per la misura limitata non poteva essere considerato una diga (che inizia a essere tale solo dai 10 metri in su), e che quindi sfuggiva ai regolamenti costruttivi in materia, e aveva persino l’acqua per la flottazione.
I bacinI «inesistenti»
Il limite più evidente – ovvero il fatto che un argine di 9 metri sarebbe stato riempito nel giro di due o tre anni, mentre lo sfruttamento della miniera era previsto per venti – non preoccupò nessuno. Una volta realizzato il primo strato del «rilevato» se ne costruiva un altro, e poi un altro ancora: si pensi a una torta nuziale in sezione, un poco storta; ai rilevati come alla decorazione a margine, e ai fanghi come alla crema in superficie. Nel 1971 il primo bacino aveva innalzato e riempito tutti gli strati possibili: era tempo di costruirne un altro, e lo si fece più a monte. Rimane incomprensibile il fatto che all’epoca, e poi fino al 1985, sulle carte non esistesse traccia dei due bacini, citati ancora in una mappa dell’anno del crollo come «area agricola di interesse secondario». I bacini c’erano, ma non essendo nati come dighe non ne portavano il nome; e ciò che non ha nome non venne riportato su alcuna mappa catastale né sul piano urbanistico di Tesero o della Provincia di Trento.
Il secondo bacino
Nel 1974 Giuseppe Zanon, sindaco di Tesero, segnalò al Distretto minerario della Provincia di Trento che forse non era il caso di innalzare anche il secondo bacino; gli venne risposto (dopo un sopralluogo di cui vennero incaricati gli stessi concessionari della miniera, passata all’epoca a Fluormine, del gruppo Montedison) che invece sì, lo si poteva fare «con le dovute cautele». La sua lettera venne archiviata. Prima del collasso dell’opera, nello stesso 1985, accaddero due incidenti.
Un crollo annunciato
Il primo avvenne a gennaio: un tubo di drenaggio del bacino superiore, collocato sotto i fanghi e piegato dal loro peso, si era dissaldato, causando delle perdite. Per il freddo, inoltre, si era gelata la tubazione che portava l’acqua dal bacino superiore a quello inferiore, bloccando il normale deflusso dell’acqua di risulta. Queste rotture avevano creato una tasca d’acqua alla base dell’argine più alto, che era parzialmente franato all’esterno. Il secondo problema si verificò a maggio. Forse per un naturale assestamento del terreno, una delle tubazioni poste sotto l’argine inferiore si ruppe in un giunto, e cominciò a fare da sifone: in altre parole, risucchiò quanto gli stava sopra, creando una piccola voragine. Per colmarla, i tecnici fecero prima una gettata di cemento, e poi riempirono il tutto con sabbia asciutta prelevata dal bacino sovrastante. Ciò che il 19 di luglio del 1985 rovinò sul paese di Stava, cancellando le 268 persone che vi si trovavano, erano giganti dai piedi di argilla.
Il processo e le condanne
Il processo che seguì alla catastrofe si concluse nel 1992 con dieci condanne per un totale di 37 anni di prigione. Nessuno scontò la pena detentiva. «Mentre il Vajont è conosciuto, di Stava non ne parla più nessuno», lamenta Daria Dovera, che per il trentennale ha scritto Stava: incultura, imperizia, negligenza, imprudenza (ed. Fondazione Centro studi del Consiglio nazionale dei geologi). Il testo, secondo l’autrice, «vuole far conoscere ciò che è successo, e far riflettere sulle azioni compiute da vari soggetti a vario titolo. In un momento di crisi come questo, quando ci si sente dire “se non fai il lavoro tu, me lo fa qualcun altro più in fretta e a prezzo più basso”, è più importante che mai ricordarsi l’importanza di attenersi a un’etica e a un codice deontologico».

PROGETTO CENTRALE EOLICA SU MONTE POGGIO: OSSERVAZIONI DEL CIRCOLO

L'iter autorizzativo del progetto di centrale eolica sul Monte Poggio, in Comune di Fraconalto, prosegue e il nostro circolo, come altre associazioni di cittadini e Enti competenti, ha presentato le proprie osservazioni al progetto.

Premettiamo che il nostro Circolo è ovviamente favorevole all’impiego di energie alternative quando questo si realizza in modo sostenibile e permette di spegnere centrali tradizionali vetuste e/o inquinanti (comunque consapevoli che, allo stato attuale, la tecnologia e la rete di distribuzione esistente non permettono comunque di affidarsi ad una produzione di energia totalmente garantita da centrali non tradizionali).

Quando però l'energia cosiddetta pulita è prodotta per mere speculazioni economiche senza riguardo al territorio, la questione diviene incongruente: pensiamo, per fare esempi concreti, alle migliaia di ettari di terreni agricoli utilizzati per realizzare impianti fotovoltaici o alle centrali di torri eoliche costruite in luoghi che avrebbero dovuto essere tutelati paesaggisticamente e che invece sono stati sfruttati, spesso dal malaffare, per speculare sugli incentivi economici.

L'attività del Circolo è rivolta alla difesa del territorio, delle sue eccellenze e delle bellezze del paesaggio: risorse uniche, sia culturali sia economiche, da impiegare nell'interesse di tutti.
Crediamo che tutelando l’ambiente si possa garantire la qualità della vita e incentivare una economia SANA, che permetta di creare posti di lavoro veri e rispettosi della dignità dei lavoratori, che in tal modo non debbano essere costretti a scegliere tra diritto al lavoro e diritto alla salute.
Nostro compito è mantenere viva l'attenzione su questi valori, già fortemente compromessi da un'altra Grande Opera, questa sì destinata a soddisfare gli interessi di pochi, che sta devastando una delle nostre valli e alla cui realizzazione ci siamo sempre opposti e continueremo ad opporci.

Tutto ciò premesso, pubblichiamo di seguito le nostre osservazioni: il progetto e i contributi degli altri Enti e Associazioni sono consultabili al seguente link del portale della Provincia di Alessandria
http://www.provincia.alessandria.gov.it/index.php?ctl=progetti&blpd=121&idbl=223&param=2012dep&fl=singola&id=2694






 

 



 

COSA CI RISERVANO LO SMARINO DEL TERZO VALICO E LA SUA MALAGESTIONE

 

Condividiamo le perplessità e le domande contenute in  una lettera di un privato cittadino, comparsa in questi giorni sui media locali: pubblicheremo eventuali contributi che smentiscano, integrino o correggano quanto espresso nel testo.
 
13 LUGLIO 2015 - In base alla delibera della regione che permette lo scarico dello smarino nelle cave della Bolla, Guarasca 1 e Guarasca 2 (1850000 m3) di Spinetta Marengo e della Clara e Buona (1600000 m3) di Alessandria zona Cristo occorre effettuare alcune considerazioni. Innanzitutto occorre dire che questo quantitativo, già di per sè enorme, è solo 1/3 di tutto lo smarino che verrà prodotto nella costruzione del terzo valico.
Lo scavo effettuato con i mezzi tradizionali (dinamite, martellone e ruspa) non comporta particolari inquinamenti chimici. L’unico tipo di inquinamento potrebbe essere dato dai minerali amiantiferi che, secondo studi geologici recenti sono presenti in buona quantità.
Le polveri contenenti fibre d’amianto, respirate, possono causare gravi patologie cancerogene. Vi sono diversi minerali classificati come amianto. Essi possono essere bianchi o verdi a seconda del contenuto di ferro all’interno della molecola. Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano. Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa.
Ricordiamo che le fibre di amianto sono causa tra gli altri del Mesotelioma pleurico e del Mesotelioma peritoneale.
Mentre il mesotelioma pleurico può essere il risultato di un’esposizione delle fibre all’aria, recenti studi sostengono che il mesotelioma peritoneale può essere il risultato dell’esposizione a fibre presenti nelle acque.
Con questo materiale si intenderebbe riempire i laghi attualmente presenti nelle cave suddette.
Importanti sono le regole di trasporto del materiale. Le prescrizioni sarebbero quelle di lavare le ruote dei mezzi di trasporto che tra l’altro devono essere telonati per evitare lo spandimento delle fibre nell’aria. Sarà fatto? Io ho seri dubbi.
Utilizzando il materiale ricavato in questo modo avremo oltre ad un’esposizione all’aria di un certo rilievo anche una sicura presenza di fibre delle acque di falda con tutti i rischi connessi.
A peggiorare la situazione, i materiali scavati invece con la talpa in modalità TBM in EPB contengono sempre amianto ma anche tensioattivi anionici e glicoli/etossialcoli che hanno una tossicità biologica di un certo rilevo.
La Regione prevede che questi materiali siano abbancati al di sopra di un metro dalla quota di massima escursione della falda usando come intercapedine terra o strati di argilla o teloni.
In questo modo non si può escludere che ci sia il dilavamento pluviale o l’innalzamento anomalo delle falde per cui parte degli inquinanti passerebbero con il tempo ugualmente nella falda.
Sullo smarino del terzo valico è stato effettuato un studio dall’Istituto Mario Negri di Milano per valutarne gli aspetti chimici ed ecotossicologici. Questo studio si trova in rete per cui consultabile liberamente.
Le conclusioni prevedono che per il materiale di risulta dallo scavo delle gallerie del Terzo Valico, risultante additivato di agenti schiumogeni, si usi un metodo di abbancamento che permetta la biodegradabilità delle schiume attraverso un processo aerobico senza necessità di separare gli additivi, in un sito temporaneo di deposito che sarà attrezzato al fine di non avere impatto sull’ambiente.
Nonostante ciò, la degradazione per la componente tensioattivi anionici e per glicoli/etossialcoli non è completa neanche dopo 28 giorni di ferma in quanto nelle rocce rimane rispettivamente un residuo di circa il 10-15% e del 50% rispetto alla quantità iniziale.
Nel sito di deposito sono inoltre previsti i necessari presidi ed accorgimenti tecnici ed impiantistici atti a limitare l’interazione delle rocce da scavo con l’ambiente circostante, con particolare attenzione alle acque meteoriche che saranno captate, canalizzate e riciclate previa verifica della idoneità a livello della vasca di decantazione.
Sarebbe impossibile che COCIV possa attenersi a tale prescrizione che rallenterebbe notevolmente le operazioni ed avrebbe una spesa aggiuntiva talmente elevata che non renderebbe vantaggiosa la costruzione dell’opera stessa.
Occorre dire che con lo scarico di smarino continuo, senza il trattamento a monte del prodotto, non si possono mantenere le norme viste precedentemente per cui la concentrazione di inquinanti che finirebbe nelle cave resterebbe sicuramente alta.
Avverrebbe così una elevata sofferenza ai cicli vitali recata dai tensioattivi anionici (meno per i glicoli/etossialcoli) alla flora e fauna minore usata nei test di tossicità ecologica.
Anche se non vi sono dati significativi di bioaccumulo, questa sofferenza, con una concentrazione sempre maggiore di inquinanti, potrebbe portare alla morte degli esseri viventi usati come cavia.
Anche se l’uomo è un animale superiore potrebbe quindi, con il tempo, risentire di questo stato anomalo creato dall’aumento della concentrazione degli inquinanti nelle falde sviluppando patologie indesiderate.
Vezio Giuseppe Goggi – Alessandria

FONTE ARTICOLO: http://mag.corriereal.info/wordpress/?p=56969

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venerdì 10 luglio 2015

AGGIORNAMENTI SUL TTIP

Segnaliamo alcuni interventi nel dibattito che riguarda i negoziati  in corso sul TTIP  (Transatlantic trade and investment partnership) e alle possibili conseguenze che la sua applicazione potrebbe avere nella quotidianità

Il primo è un articolo pubblicato da Il Sole 24 ore il 6 luglio scorso, che riporta un'analisi di Chiara Rivetti, segretaria regionale di Anaao -Associazione medici dirigenti- Piemonte:

Anaao: «La libertà di salute appesa al Ttip»

di Chiara Rivetti (segreteria regionale Anaao Piemonte); Claudia Pozzi (responsabile Anaao Giovani Toscana)
Tra i non addetti ai lavori, di Ttip si parla pochissimo. Il nome stesso sembra pensato apposta per minimizzare e non suscitare interesse. Il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnershi) è un trattato di libero scambio che l'Unione europea sta discutendo con gli Usa per uniformare le tariffe e le normative che regolano il commercio e creare così una grande area di mercato transatlantico.
Questa Nato economica porterebbe ossigeno soprattutto all' Europa, soffocata dalla crisi economica, ed ancor più al nostro paese, per il verosimile incremento dell' esportazione verso gli Usa dell' agroalimentare made in Italy. Le stime più ottimistiche dell'Economist parlano di un aumento del Pil statunitense dello 0.4% e di quello europeo di poco di più. Ma il livello di incertezza di qualunque previsione è alto. Considerato poi che le barriere tariffarie tra i paesi coinvolti sono già vicine allo zero per molti prodotti 1, probabilmente il reale obiettivo del TTIP è la liberalizzazione delle normative.
Ora, il Ttip farà bene o male alla salute? 
 
Leggi tutto => Anaao:"La libertà di salute appesa al Ttip"

 L'8 luglio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con le raccomandazioni espresse dagli eurodeputati (Raccomandazioni Eurodeputati) per la negoziazione del trattato: il testo tuttavia sembra contenere alcune criticità e ambiguità.
 Leggi articolo Il Fattto Quotidiano 9 luglio

Segnaliamo anche uno dei (pochi) interventi che appaiono in rete, che descrive i vantaggi legati al Trattato 
TTIP Opportunità unica
 

Per saperne di più:

ARTICOLI su:
 
 
 
VARI VIDEO su:
 
Per chi volesse esprimere la propria contarietà all'adozione del trattato, segnaliamo una
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