mercoledì 23 febbraio 2022

 

Proseguono gli incontri organizzati dal Circolo Legambiente Val Lemme utilizzando Google Meet, ecco l'invito per la prossima serata,

Giovedì 24 febbraio ore 20:30 su Google Meet.

Ennio Cirnigliaro ci parlerà di:

"L'Alto Medioevo in Valle Scrivia dai Castelli ai Borghi Nuovi" 

chi fosse interessato a partecipare invii una mail a: 

mandarino.piero@gmail.com

oppure a:

mario@casaprian.it

 

Vi aspettiamo!

 

giovedì 17 febbraio 2022

Peste suina africana in Liguria e Piemonte. Caccia cinghiali

Dal momento che è altamente probabile che si dilatino le tempistiche e le problematiche per la gestione del focolaio, ad integrazione della prima presa di posizione pubblica dell’Associazione, il Circolo ritiene utile ri-proporre alcune criticità.

Le elenchiamo di seguito in estrema sintesi e non in ordine d’importanza.

·        Sulla base delle precedenti casistiche in vari Paesi Ue di focolai di PSA, con esito positivo in alcuni casi, sono state definite linee guida, con l’elencazione di specifiche e articolate disposizioni. Ma le caratteristiche geografiche e orografiche del focolaio italiano sono di tale peculiarità da imporre da subito un’apposita riflessione e ri-valutazione di quali misure adottare per provare davvero a bloccare il diffondersi dell’infezione, con una ri-considerazione costante e specifica di scelte e opportunità rispetto e costi e benefici. Non considerare le peculiarità dell’area interessata rischia di inficiare ogni risultato.

·        Nell’augurabile caso di confinamento del focolaio nell’area circoscritta dalle autostrade, risultano evidenti:

1)    la notevole dimensione territoriale ampiamente antropizzata;

2)    l’estensione per molti km delle infrastrutture autostradali, con recinzioni non sempre ben mantenute e soprattutto con vasti tratti, nei percorsi montani, in galleria e su viadotti, senza alcun ostacolo al passaggio di animali;

3)    le frequenti intersecazioni (assai diversamente dal Belgio per esempio) con sovrappassi e sottopassi veicolari e con molteplici corsi d’acqua. È possibile si realizzino urgentemente le assai complesse e impegnative nuove barriere e la manutenzione di quelle pre-esistenti? In che tempi, a carico di chi?

·        Sempre se lo scenario positivo del focolaio infra-autostradale si confermasse, il divieto di attività outdoor non potrebbe avere tempistica inferiore a quantomeno 18 mesi. Se è questa la probabile prospettiva sono più che auspicabili da ora limitazioni graduate e tali da attenuare i molteplici impatti economico sociali negativi su popolazione e attività economiche delle aree interne.

Considerazioni sulla gestione del cinghiale

Premesso che, come sostiene l’ISPRA, la comparsa del virus è totalmente indipendente dalle densità di cinghiale, e preso atto che la popolazione di cinghiali nella zona risulta enormemente più alta di quella registrata in altre aree all’estero dove sono state messe in atto misure di contenimento dell’epidemia, occorre constatare che la tradizionale attività venatoria si è in buona parte trasformata in attività, sovente con finalità anche economiche, di moltiplicazione, foraggiamento e allevamento brado, senza alcun vero e sostanziale indirizzo di gestione pubblica, a totale e completo discapito delle priorità di ricostruzione e mantenimento degli equilibri ambientali.

È ormai noto che la proliferazione del cinghiale è dovuta oltre che all’abbandono delle zone interne, anche, se non soprattutto, alle immissioni che furono fatte in passato, rispondendo a precise richieste del mondo venatorio. Ancora nel 2010, secondo una pubblicazione scientifica ISPRA-Ministero Ambiente (1) “diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri Enti gestori (ATC Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti”. Secondo altre fonti si preferirono inizialmente ceppi di provenienza centro-europea piuttosto che quelli autoctoni del nostro paese, in quanto più grandi e prolifici. Ma anche più voraci e quindi in grado di arrecare maggiori danni alle attività agricole. L’attività venatoria nei confronti del cinghiale è poi stata sempre gestita non in modo da ridurre la presenza degli animali sul territorio, ma per ottenere tantissimi esemplari col fine ultimo di aumentare la probabilità di incontro tra animale e cacciatore (2).

Più recentemente, quando il rischio epidemia per l’Italia non appariva ancora immediato, in un documento dell’aprile 2021, dal titolo “Gestione del Cinghiale e peste suina africana” (3) l’ISPRA scriveva: “Risulta indispensabile, inoltre, l’abbandono definitivo della pratica dell’immissione di cinghiali in ambiente non confinato che, sebbene vietata ai sensi della L. 221/15, sembrerebbe ancora praticata in alcuni contesti.” E ancora “Il foraggiamento di sostegno (il dare cibo ai cinghiali n.d.r.), realizzato al fine di vincolare gli animali ad un dato territorio, provoca un concentramento degli animali e, in tal modo, aumenta la probabilità di trasmissione del virus, per esempio a seguito dei contatti fisici o delle interazioni tra animali.” Tra le azioni previste per il contenimento dei cinghiali vi è quindi il “Contrasto delle pratiche illecite del foraggiamento “di sostegno” e dell’immissione di cinghiali in ambienti non confinati attraverso una capillare azione di verifica e sanzionamento su tutto il territorio nazionale.” (3) Operazione quest’ultima non certo facile, anche considerando il numero delle Guardie venatorie in costante diminuzione.

Si può inoltre osservare che l’emanazione della legge 221, che vieta il foraggiamento e l’immissione (ma li consente nelle aziende faunistico-venatorie e nelle aziende agri-turistico-venatorie recintate), non si può certo considerare tempestiva: avviene il 28 dicembre 2015, molti anni dopo il manifestarsi delle problematiche; in un articolo de La Stampa - Cronaca di Torino - del 1999 (4) rappresentanti delle Organizzazioni agricole lamentavano l’immissione nottetempo di femmine di cinghiale gravide nei boschi.

(1) ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - Quaderno 34 Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010  pag.7.  https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/conservazione-della-natura/linee-guida-per-la-gestione-del-cinghiale-sus-1     

(2) https://www.focus.it/ambiente/animali/cosa-succede-cinghiali-peste-suina-africana  31 gennaio 2022

(3) GESTIONE DEL CINGHIALE E PESTE SUINA AFRICANA - ELEMENTI ESSENZIALI PER LA REDAZIONE DI UN PIANO DI GESTIONE, 26 aprile 2021 - Documento redatto dal Ministero della Salute di concerto con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, il Ministero della Transizione Ecologica e con il supporto tecnico di ISPRA e CEREP, pag. 3 e 8. https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_generico_208_1_linkfile.pdf

(4) Cinghiali, allarme in Piemonte “Ce li troveremo anche in città” La Stampa, Cronaca di Torino, 13 novembre 1999, pag. 32

 

lunedì 14 febbraio 2022

 


            Allarme peste suina africana in Liguria e Piemonte.

Nella zona infetta 78 comuni piemontesi e 36 liguri

 

Legambiente: “Oltre alle misure sanitarie finalizzate al contenimento dell'epidemia, si affianchino adeguati indennizzi in via emergenziale e iniziative strutturali di rilancio anche per il mondo dell'outdoor.

 

 Al ministro della salute Roberto Speranza chiediamo di vietare per i prossimi 36 mesi in tutte le Regioni

la caccia al cinghiale nelle forme collettive”

 

 

A inizio gennaio è stata confermata dalle Istituzioni sanitarie competenti la presenza della peste suina africana (PSA) in Piemonte e Liguria, individuando la “zona infetta” in un’area che ricomprende 78 Comuni piemontesi e 36 Comuni liguri. Ad oggi, sono 14 le carcasse di cinghiali risultate infette in Piemonte e 15 in Liguria, la prima carcassa è stata trovata nelle campagne di Ovada, in provincia di Alessandria. A seguito del ritrovamento delle carcasse di cinghiali infette, nelle aree coinvolte di Liguria e Piemonte sono scattate le misure di controllo della malattia attraverso una ordinanza del Ministero della salute e le conseguenti ordinanze emanate dalle Regioni Piemonte e Liguria, individuando la “zona di sorveglianza” e la “zona infetta”.   

Per Legambiente se da una parte le misure intraprese dal Ministero della salute e dalle Regioni interessate, così come previsto dalla normativa internazionale, europea e nazionale di riferimento, sono indispensabili per il contenimento della malattia e per frenare il più possibile l’espansione della PSA in altre aree del Paese; dall’altra parte è importante e necessario adottare anche degli altri interventi a partire da adeguati indennizzi in via emergenziale e iniziative strutturali di rilancio rivolti a tutte le attività economiche e professionali che vi operano, comprese quelle relative alle attività outdoor. Oltre a ciò l’associazione ambientalista, con un appello diretto al ministro della Salute Roberto Speranza, chiede che venga emessa un’ordinanza che preveda il divieto per i prossimi 36 mesi della caccia nelle forme collettive al cinghiale (braccata, battuta e girata). Risulta, infatti, di tutta evidenza il fatto che l’attività venatoria aumenti molto la mobilità e gli spostamenti dei cinghiali, producendo l’aumento delle probabilità di diffusione della PSA. Per questo alla luce di questa riflessione, sulla base delle evidenze scientifiche e del principio di precauzione e ai fini della tutela dei prevalenti interessi economici, è stata avanzata questa richiesta.

 

“Le conseguenze, anche economiche, innescate dalla peste suina africana sulla filiera suinicola e sulle attività economiche delle aree interessate sottoposte a restrizioni sono pesantissime. Per questo - dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è quanto mai urgente approvare un decreto che preveda per tutti i Comuni della “zona infetta” articolati ed adeguati indennizzi in via emergenziale, oltre a iniziative strutturali di rilancio, rivolti a tutte le attività economiche e professionali che vi operano, comprese quelle relative alle attività outdoor, e per le quali le stringenti misure impongono, dopo la pandemia da Covid-19, un ulteriore e prolungato blocco. La gravità della vicenda della peste suina africana rende inoltre palese che la gestione della fauna selvatica in Italia non può e non deve essere più “abbandonata”, come è stato negli ultimi trent’anni, nelle mani di soggetti privati, ma deve direttamente ed esclusivamente essere condotta da Enti pubblici, al fine precipuo di garantire efficacia ed efficienza a tutti gli obiettivi d’interesse collettivo, in primis l’equilibrio ecologico e sanitario”.

 L’associazione ambientalista evidenzia, inoltre, l’urgenza che il Governo adotti il “Piano nazionale di controllo della specie cinghiale” che punti ad una significativa riduzione delle densità delle popolazioni, facendo uso esclusivamente di strumenti selettivi. Ultimo aspetto riguarda il fatto che l’attuale filiera suinicola, basata prevalentemente sull’allevamento intensivo e fonte di forti impatti sanitari, ambientali e sociali, rischia di aggravare ulteriormente l’attuale scenario. Per tale ragione, è fondamentare continuare a lavorare senza sosta al fine di garantire un modello di allevamento che riduca fortemente gli input negativi, orientato al rispetto del benessere animale, alla riduzione delle emissioni e alla qualità della carne destinata ai consumatori.”

 

“A pagare maggiormente le conseguenze dell’epidemia rischiano di essere gli allevamenti semibradi e biologici di maiali - hanno aggiunto i presidenti dell’associazione del cigno verde di Piemonte e Liguria, Giorgio Prino e Santo Grammatico - che privilegiano e conservano razze autoctone e rappresentano realtà e modelli di allevamento virtuosi. A tale riguardo, Legambiente lancia un monito alle istituzioni, chiedendo che tali allevamenti vengano sostenuti non solo in via emergenziale ma in maniera strutturale, attraverso un “Piano strategico nazionale per il supporto e il rafforzamento dell’allevamento suinicolo semibrado e biologico”, rappresentando un modello basato su buone pratiche in ambito zootecnico, attente al benessere animale, alla riduzione dei carichi emissivi e con un rapporto privilegiato con il territorio”.

 

Un altro aspetto importante che la PSA fa emergere è legato alle attività outdoor. “Pur nella consapevolezza che la scelta del loro blocco sia obbligata in questa fase per cercare di evitare la diffusione e l’espansione del virus –  continuano presidenti dell’associazione del cigno verde di Piemonte e Liguria, Giorgio Prino e Santo Grammatico  - è noto che questo provvedimento segue e moltiplica gli effetti negativi degli obblighi e delle limitazioni determinate dal precedente lockdown causato dal Covid-19, rappresentando un durissimo colpo a turismo sostenibile, mobilità dolce e attività all’aria aperta che per molte delle aree interne coinvolte, già fortemente penalizzate e soggette al fenomeno dell’abbandono, sono elementi centrali dal punto di vista economico e sociale. In attesa dei riscontri che seguiranno il monitoraggio dell’attuale scenario dal punto di vista sanitario – hanno proseguito -, chiediamo che per tutti i Comuni della “zona infetta” siano riconosciuti indennizzi rivolti ai soggetti colpiti direttamente e indirettamente (operatori del settore, attività economiche, guide ambientali e turistiche, società sportive) dai provvedimenti adottati. In particolare, chiediamo al Ministero del turismo di provvedere con la massima urgenza allo stanziamento di un fondo specifico, in accordo con le Regioni interessate, per sostenere con urgenza le attività economiche outdoor gravemente danneggiate dai provvedimenti intrapresi, anche elaborando e adottando un “Piano strategico per le attività outdoor”, utilizzando i fondi del PNRR, per dare vita a una programmazione e pianificazione delle attività, delle opere e delle infrastrutture, materiali e immateriali, necessarie al rafforzamento delle attività outdoor nei Comuni della “zona infetta” al termine dell’emergenza sanitaria determinata dalla PSA. Auspichiamo che l’adozione delle stringenti e necessarie misure sanitarie  Nazionali e Regionali, forti del senso di responsabilità e la collaborazione dei cittadini e delle categorie  direttamente coinvolte, a valle   dei puntuali monitoraggi effettuati  e dei dati   raccolti per aggiornare l’evoluzione della pandemia , possano portare, al più presto, ad un miglioramento della situazione sanitaria e ad superamento dei limiti attualmente previsti rispetto alle  categorie economiche particolarmente colpite dai provvedimenti in corso ”.

L’ufficio stampa di Legambiente

Lunedì 7 febbraio 2022

lunedì 1 novembre 2021

Dino Bianchi ci ha lasciati


    Dino il 25 agosto 2019 a Cascina Moglioni guardava lontano... 


Ho conosciuto Dino Bianchi tutto sommato recentemente era il 2016, durante la nostra ultima esperienza alle Aree Protette dell’Appennino Piemontese; ci siamo ritrovati inizialmente su posizioni piuttosto distanti e le discussioni sono state accese, ma ho trovato in lui una persona leale e corretta, il tempo ci ha aiutati e ci siamo pian piano compresi sempre di più. Ha saputo fare cose notevoli per il Parco Capanne di Marcarolo tanto da farlo divenire Aree Protette dell’Appennino Piemontese, sebbene fosse già pronta la legge regionale che avrebbe portato alla fusione del nostro Parco con quello del Po Alessandrino. Ha lavorato  per ottenere questo risultato, tra gli altri, con Valter Ottria di cui era sinceramente amico. La sua conoscenza della “politica” gli ha permesso di fare notevoli interventi a favore del nostro Territorio non sempre incontrando il favore delle amministrazioni locali più attente a questioni campanilistiche che ad una corretta gestione di questo lembo di Piemonte così prezioso e così maltrattato. Sarebbe stato ancora un buon presidente delle Aree Protette ma la sua indipendenza, la sua lontananza dai sotterfugi locali lo hanno penalizzato; poco incline ad obbedire, ma a ragionare con la sua testa, ha sempre anteposto agli interessi localistici il rispetto delle Leggi ed una promessa di qualche denaro ai comuni, non è servita a fargli cambiare idea. Anche sullo scempio della Benedicta trovò la forza di obiettare ma anche in questo caso, pur essendo tutti consci della situazione, nessuno osò supportarlo. Ancora ai primi di settembre 2019 lavorava assiduamente per il suo rinnovo come Presidente delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese, moltissimi gli appoggi promessi, ma poi nel momento decisivo il cambiamento di idea lo ha estromesso ingiustamente: avrebbe ricoperto onorevolmente questo carica/impegno… ma non sempre chi lavora bene viene premiato. Forse anche l’aver salvato l’Asilo di Bosio per trasformarlo in una decorosa sede del nostro ente non gli ha creato favori.

     Dino con Eraldo... erano "Culo e Camicia" ...

 

Nato falegname, ha messo le sue capacità a disposizione della Comunità parrocchiale di Bosio e questo dimostra la sua apertura mentale, non era un ambientalista in senso stretto ma ha saputo vedere le criticità presenti sul territorio derivanti ad esempio dal deposito di smarino nell’Area SIC Capanne di Marcarolo in Comune di Voltaggio  ed anche in questo caso non si è lasciato abbagliare dai trenta denari.

Abbiamo perso un Amico ed una persona che avrebbe potuto dare ancora molto al nostro Territorio.

Addio Dino, riposa in Pace!

Mario

 

domenica 17 ottobre 2021

BIODIVERSITA', PIEMONTE INDIETRO TUTTA!

 

Dopo la recente cancellazione, da parte della Giunta regionale, di 800 ettari di Aree contigue delle Aree Protette del Po Piemontese nel tratto vercellese alessandrino (aree finalizzate a garantire un'adeguata tutela ambientale ai confini delle aree protette ai sensi dell’art. 6 della Legge regionale 29 giugno 2009, n. 19), insistenti voci danno per scontato lo smembramento del Settore biodiversità e aree naturali regionale.

CLUB ALPINO ITALIANO commissione TAM LPV

ITALIA NOSTRA PIEMONTE - LEGAMBIENTE PIEMONTE  VALLE D’AOSTA

Lipu ODV-  - MOUNTAIN WILDERNESS - PRO NATURA PIEMONTE

WWF   Oasi Aree protette piemontesi OdV

 

Ottobre 2021                                                                         Comunicato stampa

 

“Biodiversità, Piemonte indietro tutta!”

 

Perchè smembrare il  settore  Biodiversità e aree naturali regionale?
Per gestire al meglio la biodiversità regionale  ci vuole una visione d’insieme

Insistenti voci danno per scontato lo smembramento del Settore biodiversità e aree naturali regionale a favore di chissà quale beneficio. Dal sito istituzionale dell’ente si legge Da quarant’anni la Regione Piemonte è impegnata nella conservazione della biodiversità attraverso l'istituzione delle aree protette, e noi condividiamo pienamente la necessità di un unico riferimento regionale per avere indirizzi e verifiche per l’importante obiettivo del miglioramento e la salvaguardia della biodiversità.

 La Strategia dell'UE sulla biodiversità ha l’obiettivo di garantire, entro il 2050, che tutti gli ecosistemi del territorio siano ripristinati, resilienti e adeguatamente protetti. Lo strumento è la costituzione di una rete naturalistica transeuropea effettivamente coerente, entro il 2030. Impossibile sarà fronteggiare i cambiamenti climatici senza affrontare la perdita di biodiversità, e viceversa. La tutela della biodiversità e degli ecosistemi piemontesi ed il relativo contributo alla mitigazione e all'adattamento ai cambiamenti climatici dipendono fortemente dalle azioni assunte dall’amministrazione, oggi e nel futuro prossimo.

Anche il Piano nazionale per la transizione ecologica mette in primo piano l’esigenza di  salvaguardare la biodiversità e i servizi ecosistemici attraverso adeguate politiche di conservazione; lo smembramento del settore regionale biodiversità e aree naturali andrebbe invece in direzione diametralmente opposta.

 È bene ricordare come il Piemonte sia un hotspot di biodiversità: è la prima regione per diversità biologica a livello italiano. Purtroppo, il cambiamento climatico in Piemonte mostra oggi trend decisamente più marcati rispetto alla media globale, in particolare alle alte quote.

 La Regione Piemonte ha sempre rappresentato un modello di corretta e sistematica gestione del sistema delle aree protette e della biodiversità; è stata la prima regione italiana a varare, nel 1975, la legge-quadro sui parchi e tra le prime ad individuare e classificare, nel 1995, i siti della Rete Natura 2000.

 La Legge Regionale 19/2009 stabilisce che La Regione riconosce l'importanza dell'ambiente naturale in quanto valore universale attuale e per le generazioni future e definisce ...le modalità per la conservazione della biodiversità e per la gestione e per la promozione dei territori facenti parte della rete ecologica regionale. Sempre dal sito della Regione Piemonte si legge che La biodiversità ...è un elemento fondamentale per la salute del pianeta ed è frutto di una lenta evoluzione che ha permesso alla vita di adattarsi alle più diverse condizioni ambientali. La Regione Piemonte riconosce, promuove e tutela la biodiversità quale valore universale utile per il presente e per le future generazioni.

Crediamo sia necessaria un’attenta riflessione in merito alle ipotizzate variazioni nell’organizzazione del Settore che garantisce alla Regione Piemonte di perseguire gli obiettivi imposti dall’UE e dal Ministero della Transizione Ecologica, a seguito della estrema criticità della situazione ambientale attuale. Fondamentale risulta infatti un’organizzazione centrale che consenta ai diversi Enti di gestione delle aree protette e dei Siti Natura 2000 di lavorare in modo coordinato ed efficace nella loro tutela, sfruttando al meglio  le opportunità economiche offerte per le comunità locali dai diversi strumenti di finanziamento europei.

 Per questo abbiamo chiesto alla politica regionale un confronto sul tema che riteniamo essere di estrema attualità e importanza.


   Le Associazioni firmatarie:

 Club Alpino Italiano, commissione TAM LPV - Maria Grazia Gavazza

Italia Nostra Piemonte  - Adriana Elena My

Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta  Aps - Giorgio Prino

Lipu ODV – Riccardo Ferrari

Mountain Wilderness - Luigi Cucut

Pro Natura Piemonte –  Mario Cavargna

WWF Oasi Aree protette piemontesi OdV – Valentina Marangoni

 

 


martedì 21 settembre 2021

SEGNALAZIONE DEI CIRCOLI SULLE ESCAVAZIONI NEI FIUMI

 

                                                                   


                                                                       Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po
                                                            Strada Garibaldi n. 75 - 43121 Parma
                                                           PEC:
protocollo@postacert.adbpo.it

                                                                Agenzia Interregionale per il Fiume PO
                                                        Strada Garibaldi 75 - 43121 Parma
                                                        PEC:
protocollo@cert.agenziapo.it

                                            e p.c.    Ente di gestione delle Aree Protette
                             del Po piemontese
                                                                    Piazza Giovanni XXIII, 6 - 15048 Valenza
                                                    PEC:
parcopopiemontese@pec.it

                            Regione Piemonte
                                                                            Direzione regionale Opere pubbliche, Difesa del
                                                                        suolo, Protezione civile, Trasporti e Logistica
                                             Corso Stati Uniti 21 - Torino
                                                                         PEC:
difesasuolo@cert.regione.piemonte.it   
               

Voltaggio, 20 settembre 2021

 

Oggetto: Programma di interventi di manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide dai corsi d’acqua del Piemonte

 

In un comunicato stampa della Regione Piemonte del 30 luglio si legge che “In tutto il Piemonte sono stati individuati 125 tratti di fiume in cui intervenire per un totale di circa 900 mila metri cubi di materiale da asportare, 33 aree di intervento si trovano nell’Alessandrino, 16 nell’Astigiano, 31 nel Cuneese, 5 nel Novarese, 15 nel Torinese, 14 nel Verbano Cusio Ossola e 11 nel Vercellese”.

Tali interventi sono definiti dal “primo programma di interventi di manutenzione con asportazione di materiale litoide, nel rispetto dei criteri previsti dall'articolo 37, comma 2 della L.R. n. 15/2020, da realizzarsi, da parte di imprese o altri soggetti privati, previa pubblicazione di avvisi per manifestazione di interesse alla redazione del progetto definitivo/esecutivo e alla realizzazione con canone base pari a zero” (Deliberazione della Giunta Regionale 16 luglio 2021, n. 7-3538 - Regione Piemonte BU30 29/07/2021).

Le informazioni di dettaglio sono riportate al seguente link:

https://bandi.regione.piemonte.it/avvisi-beni-regionali/programma-interventi-manutenzione-idraulica-asportazione-materiale-litoide

In Provincia di Alessandria i torrenti e i fiumi interessati da tali interventi sono: Bormida, Tanaro, Scrivia, Orba, Lemme, Ardana, Borbera, Albirola, Stanavazzo, Curone, Riasco, Sisola, Staffora. In alcuni casi (torrenti Orba e Borbera) sono previsti interventi distinti di rimozione di sedimenti con una stima di volume da asportare pari a 10.000 mc ciascuno su tratti ravvicinati o addirittura adiacenti.

Sull’Orba (nel tratto più a valle) sono previsti 7 interventi, di cui 5 ubicati nel comune di Casalcermelli e 2 in quello di Castellazzo Bormida, per un totale di 70.000 mc di sedimento di cui si prevede l’asportazione. I primi prevedono complessivamente l’asportazione di 50.000 mc di sedimento su un tratto di circa 4 km ubicato a cavallo del ponte della SP181; i secondi, invece, prevedono la rimozione di 20.000 mc in totale, poco a valle dei primi, ovvero in prossimità della confluenza con il Fiume Bormida, nel quale è previsto un ulteriore intervento (Immagine 1). A monte sono previsti ulteriori interventi in capo a Regione Piemonte che prevedono l’asportazione di migliaia di mc di sedimento dall’asta fluviale principale presso Ovada, dal Torrente Lemme a Gavi e Francavilla, e dal Torrente Riasco a Basaluzzo/Francavilla.

Nel Torrente Borbera sono previsti due interventi di asportazione di sedimenti da 10.000 mc ciascuno, molto ravvicinati, nei pressi di Cantalupo Ligure e altri due pressoché adiacenti, con la stessa volumetria, alla confluenza con il Torrente Scrivia. (Immagini 2 e 3).

 

Dal momento che

o  come specificato nella Deliberazione della Giunta Regionale 5 marzo 2021 n. 4-2929, “la “Direttiva tecnica per la programmazione degli interventi di gestione dei sedimenti degli alvei” allegata alla deliberazione n. 9 del 2006 del Comitato Istituzionale dell’Autorità di Bacino del Fiume Po prevede, al punto 5, procedure transitorie per gli interventi comportanti asportazione di materiale litoide, anche in assenza di programma generale di gestione dei sedimenti, riguardante esclusivamente specifiche situazioni locali:

•          situazioni in corrispondenza di opere trasversali o restringimenti di sezione d’alveo in cui risultano presenti locali depositi che non possono essere presi in carico dalla corrente a causa della presenza della stessa opera trasversale o del restringimento;

•          tratti di corso d’acqua in corrispondenza di centri abitati, in cui per motivate e verificate esigenze di carattere idraulico è necessario ripristinare la geometria d’alveo di progetto necessaria per il deflusso delle piene;”

o  limitatamente ai nodi idraulici puntualmente individuati nell'Accordo “tra Regione Piemonte, AIPo e Autorità di Bacino del Fiume Po, sottoscritto in data 20/02/2007 ed il cui schema è stato approvato con D.G.R. n. 29-5268 del 12/02/2007, per la ’”Attuazione della D.G.R. n. 44-5084 del 14/01/2002 attraverso il Programma generale di gestione dei sedimenti degli alvei dei corsi d’acqua della Regione Piemonte, ai sensi della Direttiva dell’Autorità di bacino adottata dal Comitato Istituzionale con deliberazione n.9 in data 05/04/2006”” non vi sono “limitazioni al quantitativo di materiale litoide estratto in quanto sarà il raggiungimento delle originarie condizioni di progetto a stabilirne i volumi”;

 Considerato che

·    la gestione dei sedimenti fluviali non si attua unicamente con la movimentazione in alveo e l’asportazione dall’alveo degli stessi e che vi sono ormai molteplici altri strumenti gestionali finalizzati all’implementazione di una efficace e sostenibile gestione dell’ambiente fluviale, come previsto dalle recenti politiche europee finalizzate alla mitigazione del rischio alluvionale e al miglioramento della qualità delle acque;

·    è ormai ben noto in letteratura scientifica che interventi di rimozione della vegetazione e dei sedimenti, spesso promossi dalla popolazione e dai comuni e giustificati come misure per la riduzione della pericolosità idraulica, in realtà sono privi di fondamento scientifico e il rapporto costi-benefici è del tutto discutibile (Cencetti et al., 2017; Comiti et al., 2011)[1];

·    gli effetti delle escavazioni in alveo sono ormai ampiamente conosciuti (Bravard et al., 1999; Kondolf, 1997; Surian et al., 2009)[2];

·     l’implementazione del “Programma di interventi di manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide” di cui in oggetto, è del tutto avulsa da qualsiasi valutazione in termini di programmazione e pianificazione di vasta area, da una effettiva valutazione dei costi e dei benefici in senso lato degli interventi previsti, nonché dalla procedura di consultazione pubblica, di cui anche al Contratto di Fiume vigente in alcuni dei corsi d’acqua interessati;

·       quanto sopramenzionato relativamente alle specifiche situazioni locali sembrerebbe in contrasto con gli interventi previsti dal programma di cui in oggetto;

·        gran parte degli interventi programmati non si collocano in corrispondenza di centri abitati;

·    l’art. 37 della L.R. n. 15/2020 sembrerebbe del tutto avulso dalla pianificazione e programmazione di bacino, ovvero esterno al quadro di riferimento normativo afferente alle direttive europee WFD ed FD;

·     limitatamente ad alcuni nodi idraulici si richiama il raggiungimento di originarie condizioni di progetto, obiettivo che in assenza di dati recenti che consentano valutazioni quantitative robuste sembra piuttosto discutibile e incerto;

·    non risultano nel Geoportale AIPO dati topografici recenti che consentano di caratterizzare le dinamiche morfologiche attuali e recenti, base conoscitiva essenziale per definire le opportune misure gestionali.

·   dati disomogenei e locali non consentono di avere una visione complessiva delle dinamiche morfologiche e possono condurre ad erronee interpretazioni che non considerano le dinamiche alla scala di analisi appropriata per un sistema dinamico quale quello fluviale;

·   nessuna relazione accompagna le schede descrittive degli interventi, quindi non vi è alcun riferimento ai dati sulla base dei quali gli interventi sono stati definiti;

·        occorre, ai sensi del bando, realizzare un progetto per ogni intervento, benché gli interventi siano talvolta adiacenti o molto vicini, trascurando completamente la dimensione longitudinale del sistema fluviale;



[1]
                              [1] - Comiti, F., Da Canal, M., Surian, N., Mao, L., Picco, L., & Lenzi, M. A. (2011). Channel adjustments and vegetation cover dynamics in a large gravel bed river over the last 200 years. Geomorphology, 125(1), 147-159.
                    - Cencetti, C., De Rosa, P., & Fredduzzi, A. (2017). Geoinformatics in morphological study of River Paglia, Tiber River basin, Central Italy.
Environmental Earth Sciences, 76(3), 128.

[2]
                              [2] - Bravard, J.-P., Kondolf, G.M., Piégay, H., 1999. Environmental and societal effects of channel incision and remedial strategies, in: Darby, S.E., Simon, A. (Eds.), Incised River Channels: Processes, Forms, Engineering and Management. Wiley, Chichester, UK, pp. 303–341.
                    - Kondolf, G.M., 1997. Hungry Water: Effects of Dams and Gravel Mining on River Channels.
Environmental Management 21, 533–551. https://doi.org/10.1007/s002679900048

                    - Surian, N., Rinaldi, M., Pellegrini, L., Audisio, C., Maraga, F., Teruggi, L., Turitto, O., Ziliani, L., 2009. Channel adjustments in northern and central Italy over the last 200 years, in: James, L.A., Rathburn, S.L., Whittecar, G.R. (Eds.), Management and Restoration of Fluvial Systems with Broad Historical Changes and Human Impacts, Geological Society of America Special Papers. Geological Society of America, pp. 83–95. https://doi.org/10.1130/2009.2451(05)              

·         le schede illustrative degli interventi non risultano chiare e dettagliate relativamente ai lavori da realizzare ed alla loro effettiva estensione. Si riporta un esempio relativo a parte della scheda 17.

Descrizione intervento: Lavori di manutenzione idraulica Torrente Orba mediante asportazione di materiale alluvionale nel tratto scorrente in località Cascina Merlanetta in comune di Casalcermelli (AL). Unitamente a due immagini aeree del sito di intervento è riportato quanto segue:

Come si evince dal testo si riconoscono i fenomeni erosivi in atto, elemento evidentemente contrastante con la rimozione di sedimenti, considerato che le difese spondali sono per lunghi tratti instabili o collassate e che la riduzione del carico sedimentario potrebbe aggravare il problema, comportando eventuali spese pubbliche per difendere terreni privati da erosioni promosse da interventi antropici. Inoltre, sotto il titolo “stima di massima volumetria da asportare” (non solo nella scheda 17) si riportano vaghe indicazioni circa la movimentazione di materiale in alveo che, da una prima interpretazione di questo dettato generico, sembrerebbe relativa ad un quantitativo pari a quello che dovrebbe essere asportato;

·         le schede illustrative degli interventi AIPO Ufficio Operativo di Alessandria non riportano, a differenza delle altre schede degli interventi AIPO (Moncalieri e Casale), i vincoli esistenti, quali aree naturali o opere antropiche;

·         il baricentro degli interventi previsti dal programma in oggetto in Provincia di Alessandria si trova mediamente ad una distanza di 2,8 Km da un impianto di lavorazione degli inerti e per 10 di essi la distanza scende a meno di 1 km (Immagine 4);

·         è ormai ben noto che le riprofilature degli alvei hanno impatti negativi elevati sull’ecosistema fluviale;

·       la difesa dall’erosione delle sponde attuata con l’accumulo di materiale litoide incoerente al piede della stessa è del tutto effimera e il rapporto costi-benefici a giustificazione dell’implementazione di tale pratica non risulta dimostrato;


e, per quanto riguarda il torrente Orba, che


·      la frammentazione dei lavori di regimazione dell’alveo in molteplici e ravvicinati interventi sottosoglia in termini di volumetrie di sedimento da estrarre non diminuisce l’effettiva entità dell’escavazione programmata in una certa area piuttosto ristretta e costellata da elementi antropici in alveo (ponte e difese spondali) (complessivamente 70.000 mc);

·       lo Studio di fattibilità per la definizione dell’assetto di progetto – interventi di gestione sedimenti, recupero morfologico e sistemazione idraulica del fiume Bormida e del torrente Orba (E-SPEC-858), commissionato da AIPO nel 2010, alle pag. 3 e 4 del capitolo 06 – Trasporto solido della Relazione descrittiva dell’attività 06-01-01R riporta:

“A valle, fino a Casal Cermelli, cresce il condizionamento delle opere di sponda (molto diffuse) e delle traverse (roggia Bosco e roggia S. Michele) con alveo che si mantiene da rettilineo a sinuoso con barre alternate ciottolose e parzialmente vegetate. Infine verso la confluenza in Bormida, rettificata rispetto alla conformazione storica, il carattere sinuoso con barre alternate tende a sviluppare una certa propensione all’erosione spondale e all’ampliamento di sezione,  congiuntamente con la maggiore incisione dell’alveo attivo. […] Complessivamente l’alveo mostra una variazione planimetrica modesta rispetto alle condizioni di fine ‘800 e praticamente insignificante nell’ultimo cinquantennio (tracciato planimetrico stabile). A tale configurazione hanno sicuramente concorso le numerose opere di sponda. Il profilo di fondo ha subito in epoca storica recente un processo di abbassamento considerevole, stimato sulla base qualitativa delle osservazioni in campo (affioramento continuo del substrato tra Molare e Ovada, 2-3 metri a Casal Cermelli e 5-6 metri alla confluenza del Bormida).”

Il documento in questione, frutto di dettagliate valutazioni tecniche, prevede una serie di interventi diversi da quelli di cui al programma in oggetto;

·   recentissimi studi del Dipartimento di Scienze della Terra, dell'Ambiente e della Vita dell’Università di Genova condotti sul tratto di torrente Orba compreso tra Silvano d’Orba e la confluenza con il Fiume Bormida hanno messo ulteriormente in luce la considerevole incisione storica dell’alveo, e rilevato che il corso d’acqua si trova ora in una fase di instabilità morfologica caratterizzata da un lieve e localizzata tendenza all’allargamento accompagnata dall’assenza di un processo verticale dominante (condizione non associata ad un contesto di equilibrio morfologico, bensì sia di lieve incisione che di lieve aggradazione essenzialmente registrata a valle delle erosioni spondali - due in destra (1: C.na Marchesina - Bosco Marengo; 2: C.na Cassetti – Casalcermelli) e una in sinistra (C.na Merlanetta – Casalcermelli)); l’allargamento è essenzialmente associato al collasso delle difese spondali per scalzamento al piede ed alle conseguenti erosioni spondali; soprattutto nel tratto di torrente Orba a valle della traversa di derivazione posta più a valle (Traversa di Frugarolo-San Michele, Comune di Bosco Marengo) sono numerose le sponde difese instabili;

·      il recente articolo scientifico dell’Università di Genova (DISTAV) e dell’IRPI CNR (Torino) (https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17445647.2020.1866702) ha messo in luce una serie di criticità associate all’instabilità morfologica, all’interferenza di elementi antropici sulle dinamiche di piena, al modellamento di forme di erosione e all’adeguatezza della golena, elementi che certamente non vedono un miglioramento nelle misure di cui al programma in oggetto;

·   gli interventi di mobilizzazione del materasso alluvionale hanno come conseguenza (ben documentata in letteratura tecnico-scientifica) l’aumento dell’erodibilità dello stesso, con conseguente promozione dei processi erosivi;

·        non è specificato che alcuni degli interventi programmati sono inclusi nella ZPS/ZSC Torrente Orba e nella Riserva Naturale del Torrente Orba.


I Circoli Legambiente Val Lemme e Ovadese e Valli Orba e Stura

chiedono di verificare che tutti gli interventi di asportazione dei sedimenti rispettino le specifiche situazioni locali previste dalla “Direttiva tecnica per la programmazione degli interventi di gestione dei sedimenti degli alvei”.

Gli stessi chiedono inoltre che vengano attuate con urgenza le disposizioni del PAI nel tratto di Orba in comune di Bosco Marengo e Casalcermelli dove, come già previsto dal Piano Fasce Fluviali del lontano 1997, si attende l’arretramento dell’argine destro, misura essenziale per ampliare la golena e mitigare il pericolo ed il rischio idraulico e geomorfologico dell’area.

A tale proposito è opportuno evidenziare che in questi giorni è in corso di realizzazione un intervento di rinforzo della struttura arginale commissionato da AIPO. L’intervento sta coinvolgendo anche il tratto di argine che dovrebbe essere spostato, e che comunque era recentemente stato ricostruito in seguito alla sua asportazione dovuta all’arretramento spondale. La domanda sorge quindi spontanea: perché ripristinare e poi consolidare con denaro pubblico un’opera di difesa dalle esondazioni che ai sensi degli strumenti di pianificazione vigenti avrebbe dovuto essere arretrata da tempo?

Ringraziando anticipatamente e restando a disposizione si porgono i più cordiali saluti.


 Circolo Legambiente                                                                             Circolo  Legambiente

     Val Lemme                                                                                  Ovadese e Valli Orba e Stura      

     Il Presidente                                                                                         La Presidente


Francesco Saverio Fera                                                                            Michela Sericano


Immagine 1   


Immagine 2


Immagine 3



Immagine 4