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domenica 16 ottobre 2016

L'AMBIENTE E GLI EQUILIBRI DEL MONDO: RIFLESSIONI

Condividiamo con i nostri lettori alcune riflessioni in merito alla situazione economica mondiale strettamente legata allo sfruttamento delle risorse naturali e allo sviluppo economico insostenibile, basato sull'assurdo assioma della crescita infinita delle nostre economie. Se vogliamo garantire un futuro di Pace e di Bellezza ai nostri figli, dobbiamo passare per il rispetto dell'Ambiente e della Natura e intraprendere un cammino di maggiore sobrietà dei consumi.

Fonte: Legambiente Piemonte VDA - Legambiente

In questi anni abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno delle migrazioni e, contestualmente, al fallimento delle politiche nazionali e comunitarie di governo delle migrazioni stesse.  Muri e reticolati, chiusura delle frontiere, controllo dei mari, respingimenti illegittimi, detenzioni arbitrarie, violazioni dei diritti umani non hanno affatto fermato gli arrivi dei migranti in Europa. Nel frattempo i migranti si sono stabilmente insediati nei nostri territori e in molti casi diventano i nostri primi alleati nella cura del territorio stesso.


La pubblicazione e la diffusione dell’Enciclica di papa Francesco, la Laudato sii, ha costituito un ulteriore elemento di attenzione e di risveglio delle coscienze di molte persone e di molti attori sociali. Come è evidente a tutti, il dramma dei migranti non è solo un’emergenza inaccettabile oggi, con le punte di barbarie e di inciviltà a cui l’Europa si sta esponendo, ma sarà un tema con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni. I cambiamenti in corso a livello geopolitico e climatico stanno profondamento trasformando gli equilibri del XX secolo, ed il Mediterraneo è al centro di queste trasformazioni e dei drammi che ne conseguono. Il fenomeno delle migrazioni non è e non sarà un'emergenza momentanea, ci riguarda e ci riguarderà tutti da vicino e per lungo tempo, come esseri umani, come comunità solidali, ma anche e soprattutto come ambientalisti. I cambiamenti climatici sono infatti una delle principali cause che spingono le popolazioni ad abbandonare i propri territori, con una tendenza in forte aumento che potrebbe raggiungere l’astronomica cifra di 200 milioni di “profughi ambientali” nel 2050.


La nostra battaglia contro il fossile e per accelerare la transizione energetica verso un nuovo modello di sviluppo, è un impegno inderogabile.


I fatti di attualità ci dimostrano il fallimento delle soluzioni messe in atto dai Governi Europei. Questo deve dare ancora più forza alla nostra visione, al nostro modo di intervenire, partendo dai territori, mettendo il cambiamento climatico, i problemi territoriali e una nuova solidarietà al centro dell'azione. Perché ancora una volta vediamo davanti ai nostri occhi come democrazia, pace, liberazione dalle fonti fossili e accoglienza dei migranti siano facce della stessa medaglia, voci complementari di un unico impegno, in Europa e nel Mediterraneo, in cui ci sentiamo ancora più coinvolti dopo quanto sta accadendo in Turchia.
 
Petrolio, gas e carbone infatti, oltre ad essere la causa principale dei cambiamenti climatici e dell’avvelenamento di tantissimi territori, sono anche fattore scatenante di guerre, conflitti, dittature. A tutto ciò quest’anno dobbiamo dare spazio e attenzione iniziando con Puliamo il Mondo che in questa edizione punterà appunto i riflettori sulle "barriere"; architettoniche, ma anche fisiche e culturali, perché crediamo che la forte valenza educativa dell'iniziativa, possa raggiungere tutti gli italiani e sensibilizzarli non solo alle tematiche ambientali, ma anche ai temi della solidarietà, dell'appartenenza e della convivenza.

Dossier
Signori della guerra, signori del petrolio
 
«Io chiamo il petrolio lo sterco del Diavolo.  Porta solo problemi: sprechi, corruzione e debiti che pagheremo per anni»  (1975 Juan Pablo Pérez Alfonso, politico venezuelano uno degli ideatori e dei fondatori dell’Opec) 

«L’età della pietra non è finita per mancanze di pietre e  l’età del petrolio non finirà per il prosciugamento dei pozzi»     Ahmed Zaki Yamani (2000 - ministro del petrolio saudita dal 1962 al 1986)  

Progetti l’un contro l’altro armato: la Siria 

E’ finita l’era del petrolio a buon mercato e di facile accesso. E’ dal 2005 che «la crescita di offerta viene garantita dallo sfruttamento di categorie di petrolio provenienti da giacimenti non convenzionali, più costose sia in termini economici che in termini energetici» (Luca Pardi – presidente ASPO Italia, Associazione per lo studio del picco del petrolio).  Il petrolio non sta finendo, ma costa di più, il che vuol dire che i prezzi bassi sono un potente fattore di destabilizzazione e che non potranno durare a lungo e che comunque la torta si è ristretta, e quindi si scatena la competizione per mantenere le quote di mercato esistenti, non riducendo la produzione. Inoltre si indurisce il conflitto per il controllo di nuovi giacimenti, mentre, nell’immediato, gli investimenti si bloccano, in attesa che il prezzo risalga. Ma la concorrenza delle rinnovabili rende aleatorio anche la ripresa della domanda e quindi il recupero dei prezzi. Una instabilità che non solo preannuncia altre tempeste nel regime dei prezzi, ma soprattutto crea tensioni e conflitti, che travalicano drammaticamente la competizione commerciale.  Sono in campo strategie molto ampie, finalizzate ad acquisire il controllo delle ultime risorse petrolifere e di gas disponibili. A partire dal fatto che comunque il Medio Oriente possiede il 47,7% delle riserve accertate di greggio nel mondo (In ordine Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, EAU). Stanno qui le ragioni della guerra in Siria. Nel 2011, l’anno delle primavere arabe e della rivolta anti Assad, viene pubblicato uno studio (francobritannico) che esplicita il significativo “potenziale idrocarburico” di tre giacimenti al largo delle coste siriane. Si parla di 1,7 mld di barili di petrolio e 3,5 trilioni di m³ di gas naturale, secondo un rapporto del Strategie Studie Istitute (SSI - 2014) dell’esercito statunitense, che stima che le risorse offshore della Siria facciano parte di un sistema più ampio di giacimenti nel Mediterraneo orientale che coinvolgono più Stati in concorrenza tra loro.  Questi giacimenti, sempre secondo lo SSI, rappresentano un’opportunità strategica per ridurre la dipendenza dell’Europa dal gas russo e per rinforzare l’autonomia energetica di Israele.  Lo scoppio della guerra civile fa saltare i progetti di esplorazione delle grandi imprese petrolifere occidentali e mette in difficoltà la strategia statunitense che aveva provato a corteggiare Assad per garantire le attività petrolifere. Si capisce ora perché, durante la primavera araba, di fronte alle prime violente repressioni delle manifestazioni pacifiche anti Assad, l’allora Segretario di stato USA, Hillary Clinton, volle sottolineare che Assad era un riformatore.  Tre anni dopo l’inizio della guerra civile, lo SSI torna sul tema, propugnando un’azione militare USA per garantire l’accesso ai bacini individuati e che si snodano nelle acque territoriali tra Egitto, Israele, Libano, Cipro, Siria e Turchia.

«Una volta risolto il conflitto siriano, le prospettive per la produzione offshore siriana sono molto alte», le risorse di gas e di petrolio offshore del paese possono essere sviluppate «in maniera relativamente facile una volta stabilizzata la situazione politica»: a scriverlo è Mohammed El-Katiri, consigliere del ministero della difesa degli Emirati Arabi Uniti ed ex capo ricercatore dell’Advanced Research and Assessment Group (ARAG) del ministero della difesa britannico.  Questo progetto va in rotta di collisione con il progetto di Assad, “sponsorizzato” dai due principali sostenitori di Assad stesso: Russia e Iran, in base al quale la Siria dovrebbe divenire «un centro di trasbordo tra la Russia e l’Iran da un lato e l’Europa dall’altro» (Nafeez Ahmed –Direttore esecutivo dello Institute for Policy Research and Development, IPRD). Nel 2010 viene avanzata la proposta di un oleodotto che doveva attraversare Iran, Iraq e Siria, l’anno dopo tra i tre paesi viene sottoscritta l’intesa per un gasdotto “sciita”, l’Islamic Gas Pipeline, di 5.000 km, che dovrebbe portare in Europa il gas dell’Iran, bypassando la Turchia, in competizione quindi con il gasdotto Nabucco, voluto dall’Unione Europea, che doveva invece attraversare la Turchia. Con il procedere della guerra civile, nel 2013, Assad stringe un accordo con la Russia in base al quale la società petrolifera russa Soyuz Nefte Gaz, inizia le esplorazioni sulla costa occidentale della Siria, mentre il gasdotto Turkish Stream, che doveva portare il gas russo in Europa attraverso la Turchia è stato sospeso. Ma non finisce qui. Nel frattempo entra in campo un terzo oleodotto, sostenuto dagli Stati Uniti, che porta il gas dal Qatar all’Europa, passando per l’Arabia saudita, la Giordania, la Siria e la Turchia.  Dentro uno scenario così intricato si definiscono gli schieramenti: gli sciiti con il gasdotto dall’Iran, i sunniti con il gasdotto dal Qatar, gli occidentali e la Russia alla ricerca di spazi per i giacimenti già individuati …..  In un quadro del genere, tutt’altro che stabile e duraturo, si capisce bene perché a un certo punto l’Occidente ha appoggiato i ribelli, senza mai però premere l’acceleratore fino in fondo, ha attaccato l’Isis solo per contenerne l’espansione, e lo stesso sul fronte opposto ha fatto la Russia, come se ci fosse un disegno che punta alla disgregazione territoriale della Siria e dell’Iraq in aree di influenza ben distinte. In questo quadro è fortemente coinvolta Israele, che nelle Alture del Golan ha rilasciato concessioni esplorative alla ricerca di nuovi giacimenti. Mentre le riserve stimate in circa mille miliardi di metri cubi nel così detto Bacino del Levante, nell’area offshore prospicente la striscia di Gaza, potrebbero regalare ad Israele quell’autonomia energetica di cui ha bisogno e una forza negoziale nell’area del tutto inedita. Ecco perché, quando un anno e mezzo fa l’Iran minacciò Israele annunciando di avere a disposizione missili dalla gittata di 2.000 km, le minacce fecero esplicito riferimento proprio ai giacimenti offshore di Israele. E l’ISIS?   LEGGI TUTTO